
Palazzo Buontalenti, con le sue mura intrise di storia medicea e misteri alchemici, ospita una mostra che non passa inosservata. OPEN, curata da Sergio Risaliti, Stefania Rispoli e la storica Johanna Gautier-Morin, mette sotto la lente un’economia che sfugge ai conti ufficiali. Non si tratta di cifre da bilancio, ma di valori nascosti, quelli che tengono insieme la società e il pianeta. Tra le stanze antiche e il giardino, l’installazione spinge a guardare oltre l’evidenza, sfidando a pensare a cosa davvero conta.
OPEN: un viaggio nell’economia che non conta
OPEN nasce per celebrare i 50 anni dell’Istituto Universitario Europeo e porta a Firenze un progetto che va oltre i confini dell’arte, della scienza e del sociale. Al centro c’è un tema spesso ignorato: l’economia invisibile. Parliamo di tutte quelle attività e risorse che tengono in piedi la società, ma che non entrano nei conti ufficiali o nelle statistiche tradizionali.
Nel suggestivo Palazzo Buontalenti, il percorso è immersivo: installazioni sonore, opere d’arte, performance. Si affrontano realtà come il lavoro domestico non pagato, la cura non riconosciuta, le risorse naturali che restano fuori dai numeri ma hanno un impatto enorme sulla nostra vita quotidiana.
Secondo Stefania Rispoli, co-curatrice, proprio il gioco tra ciò che vediamo e ciò che resta nascosto spinge il pubblico a mettere in discussione le “zone d’ombra” della realtà. La mostra vuole essere uno stimolo per attivare l’immaginazione collettiva e affrontare un presente segnato da crisi ambientali, disuguaglianze e sfide globali.
Economia invisibile: cosa significa davvero?
Johanna Gautier-Morin, storica e collaboratrice della mostra, spiega che l’economia invisibile comprende quelle attività e risorse che tengono insieme la società ma non rientrano nelle misurazioni economiche tradizionali. Si tratta di lavori domestici non retribuiti, forme di solidarietà, economia informale, agricoltura di sussistenza e servizi ecosistemici come l’impollinazione o la rigenerazione naturale.
Questi aspetti sono spesso ignorati perché non si possono tradurre facilmente in numeri o monetizzare. Ma l’economia invisibile riguarda anche le perdite non conteggiate: danni ambientali, contaminazioni, impoverimento delle risorse che invece pesano sulla vita reale.
Un esempio evidente è l’estrazione petrolifera in Alaska: i guadagni entrano nei bilanci nazionali, mentre i danni ambientali — inquinamento, perdita di biodiversità, impatto climatico — restano fuori dai conti. Questo squilibrio mostra quanto le misure ufficiali siano lontane dalla complessità vera della vita.
Quando i numeri raccontano solo una parte della storia
Misurare significa decidere cosa conta, e questa scelta non è mai neutra. Per Stefania Rispoli e gli studiosi coinvolti, indicatori come il PIL riflettono una visione politica e culturale. Valutano soprattutto produzione, scambio monetario e crescita, lasciando fuori molte attività essenziali per la vita di tutti i giorni.
Questa visione non solo definisce cos’è “economia”, ma diventa anche uno strumento di potere geopolitico: classificare i Paesi per ricchezza e produttività influisce sul loro ruolo nel mondo e sulla loro legittimità politica.
Non è solo una questione tecnica, ma una costruzione culturale e politica che si riflette nelle categorie usate e nelle priorità date dai conti economici. In questo senso, l’economia invisibile diventa una lente critica per mettere in discussione le vecchie distinzioni e immaginare nuovi modi di valutare e vivere insieme.
Un percorso tra arte e natura per sentire la complessità
La mostra OPEN è pensata come un’esperienza che coinvolge corpo e senso, sfidando la visione lineare del tempo e dell’economia. Si entra tra suoni e immagini come Fragments of Self di Riccardo Previdi e Sorgente di Leone Contini, creando subito una tensione tra materia, segno e suono.
Nei saloni di Palazzo Buontalenti, le opere si susseguono e mettono in crisi la nozione tradizionale di tempo, come accade con i Braudel Clocks di Agnieszka Polska. Si trovano anche riferimenti al filosofo Bergson, per sottolineare che certe conoscenze sfuggono agli strumenti convenzionali.
Al centro del percorso, nella sala Gleaning, citazioni, grafici e frammenti teorici si mescolano in un vortice che mette in crisi il visitatore. Fisicamente ed emotivamente si prova una sensazione di instabilità, in linea con la fragilità evocata da opere come Arcangelo III e The Embalmer di Berlinde De Bruyckere.
La parte finale si fa più riflessiva e onirica, con lavori di Eglė Budvytytė, Elena Mazzi e Agnieszka Polska. Qui si affrontano crisi climatiche, vulnerabilità umane e responsabilità personale. Il percorso si chiude tornando indietro nelle sale, per guardare con occhi nuovi ciò che si è vissuto.
Ripensare il valore: arte e immaginazione in prima linea
Il cuore di OPEN è l’invito a usare l’immaginazione per rivedere come diamo valore al mondo. Johanna Gautier-Morin ricorda che dati e modelli economici da soli non dicono cosa conta davvero. Ogni misura è una semplificazione che illumina certi aspetti e ne lascia fuori altri.
Anche con la tecnologia che raccoglie montagne di dati, non è detto che capiamo meglio la realtà. Per questo serve l’immaginazione, per superare schemi vecchi e inventare nuovi modi di riconoscere e valorizzare ciò che finora è rimasto invisibile o marginale.
L’arte gioca qui un ruolo fondamentale: con suono, materia, performance e mappe traduce in esperienza concreta concetti difficili da afferrare.
L’Istituto Universitario Europeo tra pensiero critico e sfide globali
L’Istituto Universitario Europeo si presenta come uno spazio che coltiva il pensiero critico e la riflessione sulle sfide di oggi. Non offre risposte immediate, ma stimola la curiosità e il dialogo tra discipline diverse.
Come ha ricordato la presidente Patrizia Nanz per i 50 anni dell’IUE, “costruire l’Europa non significa solo trattati o numeri, ma anche conoscenza condivisa, cultura e memoria collettiva.” Questo approccio interdisciplinare è fondamentale per affrontare crisi senza confini.
OPEN incarna questa filosofia, intrecciando arte, scienze sociali e umanistiche per allargare il dibattito pubblico. Un dialogo che riguarda non solo gli esperti, ma tutta la società, perché decidere cosa conta e come misurarlo ha effetti profondi sulla vita di tutti.
Aprirsi all’incertezza per immaginare un nuovo vivere insieme
Il messaggio finale della mostra invita a riflettere non solo sui temi esposti, ma sulle categorie con cui guardiamo il mondo. OPEN lancia una sfida: siamo pronti ad accettare l’incertezza e l’inafferrabilità come parte della realtà, per inventare nuovi modi di dare valore e di convivere?
La mostra non dà risposte pronte, ma stimola un atteggiamento aperto e curioso. Mostra come proprio nel confronto tra ciò che conosciamo e ciò che resta fuori dai numeri tradizionali si possa aprire spazio per nuove conoscenze, relazioni e azioni collettive.
Fino al 12 ottobre, Palazzo Buontalenti resta un crocevia tra storia, arte e scienza, offrendo una riflessione urgente per chi vuole capire il presente e immaginare un futuro più consapevole e sostenibile.
