
Cinquant’anni di arte in bilico tra Oriente e Occidente, raccontati attraverso il percorso di Francesco Clemente, artista napoletano nato nel 1952. La Triennale di Milano lo celebra con una mostra aperta fino al 6 settembre 2026, un evento che finalmente restituisce la complessità di un lavoro iniziato negli anni Settanta. Clemente ha viaggiato, vissuto, e assorbito culture diverse – dall’India all’America Latina – prima di stabilirsi a New York, dove ha consolidato la sua fama internazionale. “Francesco Clemente. In Between” non si limita a riproporre i suoi capolavori più noti, ma presenta anche opere mai esposte in Italia, offrendo uno sguardo inedito e profondo sulla sua ricerca artistica.
Un racconto per immagini: tecniche diverse per un’arte in costante evoluzione
Questa mostra segna anche la fine del mandato di Stefano Boeri alla Triennale. Curata da Francesca Pietropaolo e Robert Storr, raccoglie circa settanta pezzi provenienti da musei, collezioni private e dallo studio dell’artista. Il percorso si snoda attraverso un caleidoscopio di tecniche: disegni a carboncino, acquerelli, pastelli, affreschi, dipinti a olio e tempera, fino a libri d’artista. La varietà degli strumenti usati da Clemente serve a raccontare una ricerca artistica che si muove tra Oriente e Occidente, mescolando tradizioni diverse.
Il punto forte di Clemente sta proprio nel suo saper unire misticismo cristiano e cabalistico con influenze induiste, buddiste zen e rituali afro-brasiliani. Le sue opere diventano così un ponte tra mondi lontani, che dialogano tra loro in modo sorprendente. La mostra è allestita seguendo un ordine geografico, per mettere in luce proprio questo intreccio di radici e viaggi.
Autoritratti e ritratti: volti che raccontano storie e segreti
Un capitolo importante della mostra è dedicato agli autorittratti, un tema che Clemente porta avanti dagli anni Settanta. Si parte con “Autoritratto con oro” del 1979 e si arriva fino a lavori recentissimi come “After a Poem” del 2024. Questi pezzi non sono solo un modo per esplorare se stesso, ma anche un dialogo con il passato e con l’immaginazione poetica.
Accanto agli autoritratti, ci sono ritratti di personaggi di spicco, come gli acquerelli degli anni Ottanta con Andy Warhol e Jean-Michel Basquiat, o le immagini di musicisti e poeti come Morton Feldman e Allen Ginsberg. Clemente ha poi dedicato tele a persone a lui care, come “Alba” del 1997 e la versione più recente del 2024, oltre al ritratto “Portrait of Zoë Kravitz” del 2025. Qui l’artista sperimenta nuovi formati, più orizzontali e composizioni diverse dal passato.
L’India nel cuore e le influenze latino-americane
Un momento decisivo nella vita artistica di Clemente è stato il suo legame con l’India, nato già nei primi viaggi del 1973. La mostra gli riserva uno spazio importante con miniature realizzate insieme ad artigiani indiani, che mostrano quanto profondo sia stato il confronto con questa tradizione.
Negli ultimi vent’anni, invece, Clemente ha guardato al Sudamerica, soprattutto a Messico e Brasile. Qui ha incontrato il Candomblé, la religione afro-brasiliana fatta di riti e simboli, che ha influenzato la sua pittura con una nuova forza. Alcune opere di grande formato esposte alla Triennale raccontano proprio questo incontro tra culture. L’artista ha detto di voler liberare il suo lavoro da aspettative fisse, lasciandosi guidare dal fluire naturale delle esperienze e dalle diverse radici culturali che ha attraversato.
Pittura come risposta alla crisi e al presente
Per Clemente l’arte è sempre stata un modo per resistere alle difficoltà dell’esistenza. Un’opera esposta a Milano, “5-14-2020”, è la sua riflessione sulla pandemia di Covid-19, un periodo di crisi globale. “Winter Flowers in Spring II”, un grande olio, rappresenta invece la sua convinzione che creare bellezza sia una sfida necessaria anche nei momenti più bui.
Il cuore della mostra invita anche a riflettere sul ruolo del linguaggio oggi. Clemente sottolinea l’importanza di un linguaggio che non reagisca d’impulso, che sappia descrivere senza imporre, valorizzando la conoscenza e il piacere senza cadere nelle semplificazioni che spesso dominano il dibattito pubblico. Questo modo di intendere l’arte è strettamente legato al mistero della morte, che secondo lui è la radice di ogni forma espressiva.
New York e il nomadismo: solitudine e caos in equilibrio
Dal 1981 Clemente ha il suo studio a Manhattan, una delle città più complesse e vive del mondo. Nonostante tutto, continua a vedere New York come un luogo vibrante dove però si possono trovare angoli di calma e solitudine a pochi passi dal trambusto. Questo gli permette di mantenere un lavoro intimo e personale, lontano dal caos.
Riguardo al nomadismo artistico, Clemente osserva come oggi sia più facile trovare un “altrove” dentro di sé, piuttosto che spostandosi continuamente. L’esperienza interiore e il saper isolarsi sono diventati fondamentali per un artista giovane che deve districarsi in un mondo pieno di stimoli e distrazioni. Questo pensiero riassume bene lo spirito della mostra, che attraversa culture e tempi diversi ma resta sempre unita da un filo comune, sia nel concetto che nello stile.
Il viaggio di Clemente tra Oriente e Occidente, tra passato e presente, si svela davanti agli occhi di chi visita la Triennale. Le sue opere invitano a non fermarsi a una sola prospettiva, ma a spostarsi dentro nuove geografie, fatte di cultura e innovazione anche nel 2026.
