
Quando la Biennale di Venezia riaprirà nel 2026, il corpo non sarà solo protagonista sul palco: diventerà la forza che smuove l’intera esperienza artistica. Non si tratta di un semplice ritorno di moda o di un revival nostalgico, ma di una svolta decisiva. La performance, una volta considerata un’attività marginale, si impone ora come il cuore pulsante dell’arte contemporanea.
Non è più un’alternativa all’installazione o al digitale immersivo, ma un modo radicale di vivere e sentire l’arte. Qui, il corpo non sostituisce la presenza visiva tradizionale: la sua azione mina dall’interno le strutture statiche della mostra, creando tensioni e discontinuità necessarie. La performance cambia le regole del gioco, rimodulando il rapporto tra opera e spettatore, trasformando la percezione in un’esperienza diretta e coinvolgente.
Il corpo che rompe gli schemi: la rivoluzione della Biennale 2026
Negli ultimi decenni, l’arte contemporanea è stata dominata dall’immagine e da installazioni immersive. La Biennale 2026 sceglie una strada diversa: il corpo torna protagonista non come semplice alternativa, ma come un elemento che cambia profondamente l’esperienza artistica. Questo ritorno interrompe la chiusura di significati e forme, mantenendo viva quella tensione necessaria all’arte contemporanea.
Secondo pensatori come Erika Fischer-Lichte, l’opera performativa non si limita a rappresentare qualcosa, ma trasforma nel momento stesso in cui si manifesta. Non è un oggetto da guardare, ma un evento che cambia le condizioni della percezione e dello sguardo, modificando ciò che è visibile. Jacques Rancière ha sottolineato come questo processo sposti i confini tra opera e pubblico, ridefinendo il campo del visibile.
Diversamente dal secolo scorso, quando tra opera e spettatore c’era una distanza ben definita, oggi la performance abbatte questo confine. Il corpo non è più motivo di rappresentazione, ma la base stessa della sua esistenza. Così, i padiglioni della Biennale non sono solo raccolte di lavori, ma sistemi in competizione, ognuno con una sua storia e una sua versione del corpo contemporaneo.
Austria e Belgio: fisicità tra politica e atmosfera tesa
Il padiglione Austria, con Sancta di Florentina Holzinger, colpisce subito per un’atmosfera densa di presenza e memoria. Qui il corpo torna alle radici della body art femminista e della performance radicale degli anni ’70. Il movimento incessante dei performer, l’intreccio fisico costante e l’assenza di punti di osservazione fissi costringono lo spettatore a spostare continuamente lo sguardo e la posizione. La vulnerabilità non è più solo una metafora, ma diventa parte reale dell’esperienza.
Invece, al padiglione Belgio, Miet Warlop presenta IT NEVER SSST, una danza che si muove tra teatro post-drammatico e ripetizione postmoderna. I performer modulano la loro presenza in uno spazio che non trova mai un equilibrio: movimenti e forme si presentano e si spezzano in sequenze senza un finale preciso. Lo spazio si carica di una tensione ritmica e fisica che trasforma la performance in un flusso continuo.
Giappone e Polonia: il corpo che parla e si mette in relazione
Al padiglione Giappone, Ei Arakawa-Nash con Grass Babies, Moon Babies riprende l’eredità delle avanguardie Gutai. Bambole e corpi sparsi nello spazio si animano solo quando il pubblico interviene, creando un dialogo fatto di cura e responsabilità. Attraverso gesti delicati, lo spettatore diventa custode temporaneo di qualcosa che sembra vivo, sfumando il confine tra performance, pratica partecipativa e gioco.
Nel padiglione Polonia, Liquid Tongues di Bogna Burska e Daniel Kotowski si ispira al teatro fisico dell’Europa dell’Est, dove la comunicazione è fatta di sincronismi, pause e minimi movimenti. Il corpo diventa strumento di conoscenza e apprendimento, costruendo un’intelligenza collettiva in cui la narrazione si basa sull’attenzione alle differenze più sottili. Qui l’esperienza è un processo di decodifica che coinvolge la sensibilità corporea, non le parole.
Paesi Bassi: il corpo sotto controllo e lo sguardo che si fa consapevole
Nel padiglione Paesi Bassi, Dries Verhoeven presenta The Narcosis of Narrative, un lavoro ispirato al teatro documentario e agli studi sui dispositivi di controllo di Foucault. All’inizio lo spazio sembra neutro, ma si trasforma in un meccanismo che cambia la percezione del pubblico. Non c’è una performance da guardare, ma un’esperienza in cui lo spettatore capisce di non essere mai un osservatore esterno, ma parte di un sistema che sorveglia ed è sorvegliato.
Questa esperienza richiama il teatro partecipativo olandese degli anni 2000, ma rende la partecipazione meno negoziabile e più ambigua. Corpo e sguardo vengono messi sotto la lente, portando a una consapevolezza che non si può più ignorare.
Sudafrica: dal suono al silenzio del corpo
Il padiglione Sudafrica presenta Elegy di Gabrielle Goliath, un lavoro ispirato alle pratiche vocali rituali dell’Africa australe e alla performance femminista sonora. Qui il corpo si dissolve poco a poco, lasciando spazio a una stratificazione di suoni che riempie l’ambiente di una memoria condivisa. Le voci si sovrappongono in cicli che non si evolvono ma si intensificano, mettendo da parte l’immagine per puntare su una fisicità fatta di suoni.
In parallelo, Tino Sehgal con The Kiss porta all’estremo la performance concettuale e la danza Fluxus, eliminando ogni oggetto o documentazione. Il lavoro si svolge solo nel gesto del contatto tra due corpi e finisce subito. Qui l’opera è identica al momento in cui accade e alla sua sparizione, spingendo al massimo il concetto di immaterialità.
Un corpo molteplice e senza unione nei padiglioni di Venezia
Guardando queste proposte insieme, la Biennale 2026 non offre una visione unica o lineare del corpo nella performance. Austria e Belgio mostrano un corpo fatto di massa, pressione e ripetizione, radicato nella body art e nella danza postmoderna. Giappone e Polonia propongono un corpo che comunica, che si mette in relazione e parla un linguaggio fisico.
Nei Paesi Bassi il corpo diventa simbolo di una consapevolezza che mette in discussione lo sguardo, mentre Sudafrica e Sehgal spingono verso forme estreme di presenza o assenza corporea. Non è un semplice ritorno, ma una trasformazione della performance, che diventa campo di tensioni e fratture interne all’arte contemporanea.
Queste performance segnano una cesura importante. Il corpo non è più il centro stabile dell’arte, ma il punto di scontro massimo che rivela un sistema frantumato, incapace di coesione. Venezia 2026 non offre opere da guardare passivamente, ma modi diversi e spesso incompatibili di vivere il corpo nell’arte, affidando allo spettatore un ruolo attivo e incerto.
