
Il mondo non merita la fine del mondo. Queste parole di Maria Vittoria Baravelli colpiscono subito, scuotono. Dietro quel titolo c’è un lavoro che non si limita a mostrare immagini belle da guardare. La sua arte scava, si spinge dentro la memoria, intreccia corpo e archivi nascosti. Baravelli non si ferma alla superficie: racconta storie che rischiano di scomparire, storie fatte di assenze e presenze. Curatrice, scrittrice, docente, costruisce un ponte sottile tra parola e visione, tra passato e presente. La sua ricerca è una sfida al tempo, un invito a non dimenticare.
Tra poesia e immagine: un viaggio che attraversa tempi e linguaggi
Il titolo viene da una poesia di Wisława Szymborska, scelta non a caso. Baravelli racconta che quel verso è stato per lei un atto d’amore e una forma di resistenza contro la caducità del mondo. Szymborska, grande voce della letteratura polacca, dedicò quel testo al pittore Johannes Vermeer: in quel legame tra parola e immagine, pittura e poesia, si snoda il cuore del libro. È un viaggio nella storia dell’arte e della fotografia, dove incontrare un’opera significa apprendere qualcosa di più. L’arte non è solo vedere, ma guardare per raccontare storie che le parole da sole non possono svelare.
Questa tensione tra parola e immagine, tra ciò che le fotografie e i dipinti nascondono e quello che il linguaggio verbale non può catturare, anima il pensiero di Baravelli. Per lei l’arte diventa uno strumento per esplorare il mistero della vita, offrendo nuove visioni e racconti che cambiano la nostra idea di tempo.
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Radici e formazione: quando l’arte si fa esperienza di vita e memoria
La passione di Baravelli per l’arte nasce da piccoli momenti d’infanzia, semplici ma decisivi. A Ravenna, circondata dai mosaici bizantini, ha respirato fin da subito storie raccontate attraverso le immagini. Ricorda l’antiquario vicino alla pasticceria Ferrari, dove andava con i nonni, e l’incontro con il calco della Sconosciuta della Senna, un volto senza nome che parlava di bellezza e mistero.
Quel calco, ritrovato anni dopo a Milano, le ha insegnato che dietro ogni opera ci sono storie senza volto pronte a essere riscoperte. La sua formazione in Lettere Moderne ha consolidato questo legame con narrazione e memoria. Per Baravelli, raccontare storie vuol dire tenere a bada l’oblio e dare a chi ascolta la possibilità di ritrovarsi nel passato. Anche i nuovi media, come i social, diventano strumenti per portare queste storie fuori dai musei e farle vivere nel presente.
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L’arte tra ferita e seduzione: il tempo umano e l’immortalità dell’opera
Baravelli parla di un rapporto intenso con l’arte che «seduce e ferisce». La ferita nasce dal confronto con la nostra natura mortale e con il tempo che scorre veloce, in cui anche una vita lunga sembra un battito di ciglia. L’arte diventa allora la risposta umana a questa finitezza, un «tentativo disperato e meraviglioso» di resistere alla scomparsa.
Ma insieme alla ferita c’è la seduzione: le opere aprono una porta verso qualcosa che va oltre la nostra breve esistenza, ampliando la nostra esperienza e portandola verso una dimensione quasi eterna. La fotografia, chiamata da Baravelli “ladruncola adorabile”, ruba attimi al tempo che scivola via e li rende indelebili. Insieme, arte e fotografia ci ricordano la nostra fine, ma ci offrono anche un’ancora di permanenza, trasformando la fugacità in un tempo più denso.
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Archivi che parlano: “Gli archivi sognano” per riscoprire tesori nascosti
Al centro della riflessione di Baravelli c’è la memoria, vista non come semplice ricordo ma come un impegno attivo. È il cuore di Gli archivi sognano, progetto curato con Piero Gemelli. L’idea è semplice ma potente: archivi, depositi e fondi storici spesso dimenticati custodiscono un tesoro culturale sommerso fatto di oggetti, fotografie e documenti sospesi nel tempo.
Attraverso fotografia e scrittura, il progetto dà voce a questi materiali silenziosi. Le immagini di Gemelli riportano in vita gli oggetti, mentre Baravelli costruisce una trama narrativa che li collega al presente e al futuro. Curare diventa così non solo scegliere, ma restituire e stimolare una riflessione attuale. Un richiamo a riconoscere il valore della memoria collettiva, che non è solo passato, ma la base su cui costruire il domani.
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Il corpo e il senso nell’arte: non solo visione, ma incontro vero
Per Baravelli, l’arte non è mai solo una questione di testa. Il corpo è parte integrante dell’esperienza, testimone e protagonista. La presenza fisica conta: chi guarda si espone e si lascia attraversare dall’opera. Questa idea si lega a forme artistiche come la body art e la performance, dove l’opera coincide con la vita dell’artista e con la partecipazione attiva del pubblico.
Citando artisti come Marina Abramović, Baravelli sottolinea che l’esperienza artistica nasce dal dialogo vivo tra corpo e spazio, tra il tempo di chi crea e quello di chi osserva. Spesso dimenticato o sottovalutato, il corpo diventa uno strumento prezioso per percepire emozioni fondamentali, dalla gioia alla perdita. L’arte ci chiama a esserci davvero, con fragilità e limiti, in una presenza che non si può sostituire con parole o immagini mediate.
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Musei e mostre: Milano e oltre, luoghi dove l’arte è viva
I musei, per Baravelli, non sono solo contenitori di opere, ma spazi familiari da visitare più volte per scoprire sempre qualcosa di nuovo. Tra i suoi preferiti c’è la Pinacoteca di Brera a Milano, che sa raccontare la pittura italiana mantenendola viva e in dialogo con il presente. La mostra Giorgio Armani. Milano, per amore ha dimostrato come moda e pittura possano intrecciarsi nel racconto di una città.
Il Museo del Novecento, sempre a Milano, è un altro punto fermo, con la sua storia che collega la città alla modernità, mentre il Poldi Pezzoli incarna un’idea di arte capace di riparare i torti del tempo, come ricorda un busto al suo interno.
Fuori dall’Italia, Baravelli ama la Frick Collection per l’atmosfera raccolta, il Musée d’Orsay per il suo gioco di luce e malinconia, e il Rijksmuseum di Amsterdam per il suo legame con Vermeer. Fino a luglio 2024, a Villa Giulia si può visitare la mostra Le stanze dei sogni dimenticati, curata da lei e dedicata alle fotografie di Piero Gemelli, a conferma del suo impegno nel promuovere la cultura.
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Maria Vittoria Baravelli dimostra, con fatti e parole, che l’arte è molto più di un semplice sguardo al passato. È un viaggio nel tempo, una memoria viva e un dialogo che attraversa corpo e mente, accompagnandoci nel presente e guidandoci verso il futuro.
