
«Le mura parlano», diceva qualcuno. A Venezia, le calli si animano di nuovo, ma non con i soliti turisti. Sale Docks, quel luogo nato da un’occupazione nel 2007, si trasforma ancora una volta in un terreno di battaglia visiva. Qui arriva Taring Padi, collettivo indonesiano che non si limita a dipingere: lotta. Due progetti intrecciano arte e politica, passato e presente, la memoria della città e i grandi temi del mondo. Striscioni che tornano a essere armi di protesta, muri che raccontano storie di resistenza. Venezia si colora, si accende, e non è solo una questione estetica. È un grido che non vuole più aspettare.
Taring Padi: dall’Indonesia al palcoscenico mondiale
Nato nel 1998 a Yogyakarta, cuore culturale dell’Indonesia, Taring Padi è l’idea di studenti e attivisti che volevano reagire ai profondi cambiamenti sociopolitici del loro paese. Il loro linguaggio artistico passa attraverso xilografie, pupazzi di cartone ispirati al tradizionale teatro d’ombre wayang, manifesti giganti e carnevali. Lavorano a stretto contatto con comunità di agricoltori e pescatori, mettendo al centro temi ambientali, sociali e politici che riguardano chi vive ai margini. L’arte diventa così uno strumento di mobilitazione, educazione e solidarietà, radicato nel locale ma aperto a reti internazionali di resistenza.
Le figure tradizionali wayang si trasformano in segni di protesta. Queste immagini, ricche di significato culturale, prendono vita in laboratori collettivi dove ogni membro porta il proprio sguardo. Lo striscione diventa protagonista: grazie alle sue grandi dimensioni racconta storie complesse e si lega a lotte sociali condivise. Pupazzi e poster si adattano al contesto e alle esigenze del momento. Non sono mai opere finite, ma strumenti sempre aperti di lotta.
People’s Liberation: il ritorno dello striscione come voce di resistenza
Alla Sale Docks è aperta la mostra “Taring Padi: People’s Liberation”, che riprende e rinnova l’esperienza dello striscione “People’s Justice”, esposto e poi rimosso a documenta 15 nel 2022 a Kassel. Dopo il ritiro, il collettivo ha ripreso in mano l’opera, trasformandola in una forma itinerante e collettiva, frutto di collaborazioni con movimenti e organizzazioni di vari continenti. Tra il 2023 e il 2026 hanno creato diverse versioni, che segnano una continuità e un rafforzamento dell’impegno politico attraverso l’arte.
La mostra dimostra come lo striscione vada oltre l’oggetto artistico per diventare uno spazio collettivo. Ogni pezzo nasce da processi condivisi con attivisti e comunità diverse, trasformando l’opera in un luogo di dialogo e scambio interculturale. In un momento di tensioni attorno alla Biennale di Venezia 2026 e ai boicottaggi di reti come Art Not Genocide Alliance, la presenza di Taring Padi si fa ancora più necessaria per ripensare il rapporto tra arte e attivismo.
Murales a Venezia: ridipingere il socialismo come gesto di restituzione
Parallelamente alla mostra, il collettivo ha realizzato un intervento di rigenerazione urbana con il Laboratorio Occupato Morion, storico centro sociale veneziano. Le mura sono state ridipinte con motivi e messaggi legati ai temi della mostra, portando una presenza concreta e solidale nello spazio pubblico. Questo gesto è una restituzione artistica e politica alla comunità, un rafforzamento del legame tra artisti e abitanti fatto di condivisione di spazi e valori.
In una Venezia segnata da scontri tra istituzioni e movimenti cittadini, l’azione assume un peso strategico. Non è solo una questione estetica, ma un gesto tangibile di sostegno alle pratiche autonome che combattono contro la mercificazione e la repressione. Attraverso workshop, momenti collettivi e rituali condivisi, Taring Padi propone un modello di arte partecipata che dà voce a chi spesso resta ai margini.
Un’arte collettiva e politica che nasce dalle relazioni e dalla solidarietà
Dietro ogni lavoro di Taring Padi c’è una rete di relazioni fondate sulla solidarietà e sulla continuità. Collaborano da decenni con le comunità, spesso senza fondi istituzionali, lavorando fianco a fianco con agricoltori, pescatori e attivisti. Sono più che artisti: sono amici, partecipano alla vita quotidiana, ai rituali e alle feste di chi li ospita.
Questa indipendenza economica e politica li protegge dalle logiche di mercato e dalle pressioni esterne che potrebbero interrompere i loro progetti. La serie Kendeng Lestari, per esempio, raccoglie preghiere e mantra condivisi con una comunità con cui lavorano da oltre vent’anni, un legame raro nel mondo dell’arte contemporanea. Taring Padi dimostra che l’arte può essere parte integrante della vita sociale e politica, un processo che va oltre la semplice immagine.
Un collettivo senza gerarchie: amicizia, ideologia e dialogo quotidiano
Il gruppo si definisce “Collettivo di lavoratori dell’arte” e funziona senza ruoli fissi. Le decisioni si prendono in assemblee collettive, spesso online, con circa diciassette membri attivi tra Indonesia, Australia ed Europa. La filosofia è chiara: uguaglianza, lavoro diviso secondo capacità e bisogni, e compenso orario uguale per tutti.
Mantenere un equilibrio tra apertura e coerenza politica non è facile. Le discussioni, i contrasti e le tensioni sono parte della loro quotidianità, ma l’amicizia e la condivisione politica tengono unito il gruppo come una famiglia. Anche quando le opportunità istituzionali aumentano, il collettivo resta fedele alle proprie radici, scegliendo con attenzione con chi confrontarsi e come mantenere autonomia e integrità.
Documenta 15 e il salto nel sistema dell’arte internazionale
Dopo ventidue anni fuori dai circuiti ufficiali, Taring Padi ha partecipato per la prima volta a documenta 15 nel 2022, invitato dal collettivo ruangrupa. L’esperienza li ha messi al centro di polemiche, soprattutto per accuse di antisemitismo legate a uno striscione poi rimosso. Il collettivo ha affrontato la questione avviando dialoghi con organizzazioni ebraiche progressiste e stringendo nuove alleanze internazionali.
Entrare nel sistema istituzionale ha portato nuove sfide, soprattutto nel gestire visibilità e risorse. Ma il loro modo di lavorare, basato su decisioni collettive e autonomia, ha permesso di trasformare quell’esperienza in un trampolino per rafforzare il loro messaggio politico e artistico a livello globale.
Il lavoro di Taring Padi resta un esempio vivo di come arte, politica e cultura possano fondersi in pratiche di resistenza condivisa, capaci di dialogare con realtà diverse senza perdere identità e valori. Venezia, nell’estate del 2024, è una tappa fondamentale di questo percorso coraggioso e in movimento.
