
A Lugano, a giugno, le luci si sono accese su un evento che ha scosso il mondo della danza. Non un semplice festival, ma un progetto che ha mescolato storia e futuro, tradizione e innovazione. Tra spettacoli storici e nuove sperimentazioni, la città ha ospitato incontri, proiezioni, laboratori, momenti di scambio dove il passato ha parlato al presente senza cliché. Alla terza edizione, il Lugano Dance Project ha sfidato l’idea che la danza sia solo un gesto fugace: qui, si è trattato di custodire un’eredità fragile, e al tempo stesso di rinnovarla con coraggio.
Tra memoria e innovazione: il cuore del Lugano Dance Project
Dal 11 al 14 giugno, Lugano è diventata il centro di una riflessione intensa sulla danza e la tradizione. Il progetto ha offerto più di semplici spettacoli: ha permesso di approfondire le radici etnocoreografiche, discutere con artisti ed esperti, e sperimentare nuovi modi di raccontare. Carmelo Rifici, Michel Gagnon e il curatore Lorenzo Conti hanno voluto chiudere questa formula con questa edizione, celebrando un percorso che, partendo da un tema preciso, ha creato uno spazio di confronto ricco e variegato.
Al centro dell’attenzione c’è stata l’idea dell’eredità della danza non solo come patrimonio di gesti e forme, ma anche come strumento di comunicazione e dialogo culturale. Il progetto ha preso vita attraverso attività diverse: laboratori aperti, piattaforme di scambio tra discipline come antropologia, etnologia e storia dell’arte, applicate al movimento.
Kontakthof, un’eco dal passato: il ritorno di un capolavoro di Pina Bausch
Tra le proposte più forti, ha colpito “Kontakthof. Echoes of ’78”, una rivisitazione dello spettacolo rivoluzionario di Pina Bausch del 1978. La coreografa tedesca ha cambiato per sempre il teatro-danza, e quest’opera resta una tappa fondamentale.
La versione 2024, guidata dall’attrice australiana Meryl Tankard, che partecipò all’originale, mescola filmati in bianco e nero con le interpretazioni degli stessi danzatori che la portarono in scena quasi cinquant’anni fa. Oggi tra i 73 e gli 80 anni, questi artisti non si limitano a ripetere i movimenti, ma li reinventano, consapevoli delle assenze e dei cambiamenti imposti dal tempo. Nel finale, alcune coppie si confrontano con figure immaginarie, creando un’atmosfera sospesa tra oggi e il ricordo.
Questa riproposizione non è nostalgia, ma un invito a riflettere sul pensiero artistico di Pina Bausch e sulle sfide di tramandare un’eredità in un’arte così effimera. Il progetto costruisce un ponte tra epoche diverse, mescolando memoria storica e forza dell’interpretazione contemporanea.
Memoria personale e collettiva: i lavori di Trajal Harrell e Camilla Parini
Il tema della memoria torna spesso e con originalità nel programma. Trajal Harrell, coreografo americano premiato con il Leone d’Argento alla Biennale Danza, ha presentato l’assolo “Music Music Histoire du Théâtre VII”. È un racconto coreografico che unisce aneddoti personali e riferimenti multimediali. Harrell coinvolge il pubblico invitandolo a interagire con un video, usando la musica come spinta per movimenti che richiamano epoche e situazioni diverse. Il suo linguaggio è ironico ma mai autoreferenziale, fluido e aperto.
In modo diverso, Camilla Parini ha portato “Je Suisse ”, un’opera intima pensata per uno o due spettatori alla volta. Uno spazio piccolo e familiare, abitato però da un elemento inquietante: un orso bianco che suggerisce assenze e domande senza risposta. Con un album fotografico da sfogliare, Parini interroga il senso delle radici e della propria identità, in un rito discreto che intreccia dubbi comuni sul sé oggi.
La forza della collettività e l’incontro tra culture con Omar Rajeh
Il 13 giugno è stata la giornata di Omar Rajeh, coreografo e danzatore libanese, che ha condotto una serie di appuntamenti intensi. Si è iniziato con un brunch a base di piatti mediorientali, un’esperienza che ha coinvolto tutti i sensi.
Tra le opere presentate, “Soul Power” di Hamdi Dridi ha saputo coinvolgere il pubblico con un’energia hip hop che invitava a salire sul palco. Il lavoro si basa su una memoria ancestrale fatta di emozioni forti e ritmo, richiamando il movimento come esperienza collettiva.
Il duo “Prelude to Violence” di Ghida Hachico ha offerto una riflessione sulla violenza, ispirandosi alla guerra tra comunità di scimpanzé raccontata da Jane Goodall negli anni ’70. L’opera mette in luce la persistenza della violenza nel tempo, con un linguaggio astratto e carico di tensione.
La giornata si è chiusa con “Dance People”, un progetto collettivo di Rajeh e altri nove danzatori. La piazza davanti al LAC si è trasformata in un’agorà moderna, spazio aperto e democratico di incontro, questa volta raccontato attraverso il movimento.
White Space: il debutto mondiale di Kyle Abraham tra hip hop e danza classica
La serata finale del Lugano Dance Project 2024 ha visto la prima mondiale di “White Space”, l’ultima creazione del coreografo americano Kyle Abraham con la sua compagnia A.I.M. Sulle musiche originali di Jason Moran e Nico Muhly, lo spettacolo ha mescolato elementi classici con linguaggi urbani, come l’hip hop.
Undici danzatori sono stati accompagnati da due pianisti in una coreografia complessa, illuminata da luci che ricordano le opere di Mark Rothko. Scenografie leggere, tra palloncini e neve artificiale, hanno aggiunto un tocco di astrazione senza appesantire la storia.
“White Space” ha mostrato un equilibrio perfetto tra tradizione e innovazione, con movimenti precisi e un gruppo capace di esprimersi con forza. Ancora una volta, la danza si è confermata un linguaggio vivo, in continua trasformazione, che racconta la propria eredità attraverso il nuovo.
