
A Padova, tra le sue università affollate e gli ospedali sempre pieni, ci sono migliaia di case vuote. Sì, migliaia. Un dato che colpisce, soprattutto se si pensa agli sforzi fatti per l’edilizia sociale e agli investimenti pubblici. Non è solo una questione di numeri, ma di contraddizioni: la domanda di abitazioni c’è, eccome, ma gli spazi restano inutilizzati, quasi abbandonati. Nel frattempo, qualche progetto rivolto agli studenti ha aperto nuove strade, dimostrando che un cambiamento è possibile. Però, serve qualcosa di più ampio, un’azione che coinvolga davvero tutta la città, senza lasciare indietro nessuno.
Padova e una lunga storia di case pubbliche
Padova può vantare una tradizione antica di edilizia sociale, che risale almeno al Cinquecento con la Corte di Ca’ Lando, una delle prime esperienze di case popolari in Europa. Nel Novecento, grazie a enti come lo IACP e alle politiche INA-Casa, si avviò un sistema pubblico ben organizzato. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la città dovette affrontare condizioni abitative critiche: quartieri come via Conciapelli, il ghetto ebraico e le zone vicino al Portello ospitavano famiglie in spazi angusti e malsani, con danni pesanti causati dai bombardamenti. Allo stesso tempo, l’industrializzazione e l’esodo dalle campagne portarono un aumento della popolazione e della domanda di case. In questo scenario, l’intervento pubblico fu decisivo, dando il via a una trasformazione che ha segnato la Padova moderna.
Mansutti e Miozzo: i volti della ricostruzione
Nel dopoguerra, due architetti padovani emergono come protagonisti della rinascita urbana: Francesco Mansutti e Gino Miozzo. Il loro sodalizio, nato negli anni Trenta, si consolida proprio in quegli anni cruciali. Mansutti, ingegnere e architetto impegnato anche in politica, guidò l’Ordine degli Architetti per tre mandati. Miozzo, artista formato all’Accademia di Belle Arti, portò un tocco di raffinata estetica, unendo bellezza e funzionalità. Insieme realizzarono interventi che spaziavano dall’edilizia privata a grandi opere pubbliche, come i progetti per l’Opera Nazionale Balilla e le abitazioni INA-Casa, contribuendo a ricostruire le zone colpite dai bombardamenti e a definire il volto di Padova oggi. Un esempio emblematico sono gli edifici su via Altinate, dove Mansutti fondò la società IRE per accelerare gli interventi in città.
Le periferie patavine tra innovazione e socialità
Il lavoro di Mansutti e Miozzo si è concentrato soprattutto nelle periferie intorno al centro storico, segnando tappe importanti nello sviluppo urbanistico. Dai piccoli alloggi unifamiliari alle palazzine, i loro progetti andavano oltre la semplice costruzione: erano veri e propri interventi sociali. Le sistemazioni di via Conciapelli e via Goito si affiancano a opere più complesse nei quartieri di via Crescini e via Forcellini, quest’ultimo pensato come un asse di espansione a sud-est, in un’area un tempo rurale e devastata dai bombardamenti. Qui nacque un modello di quartiere integrato, con edilizia agevolata e servizi vicini, che trasformò spazi isolati in insediamenti funzionali e vivi.
Il verde, chiave di volta dell’abitare pubblico
Un tratto distintivo del loro lavoro è stata l’attenzione al verde come parte integrante della vita urbana. Per Mansutti, il verde non era un semplice abbellimento, ma uno spazio che allargava il pubblico e favoriva la socialità. Cortili, giardini e percorsi immersi nel verde trasformarono via Forcellini in un luogo dove natura e vita quotidiana si intrecciavano, creando un legame forte tra abitazioni e spazi comuni. Quel verde diventava un’infrastruttura sociale, parte del progetto urbano e della comunità che avrebbe abitato quegli edifici. Oggi, osservare quegli spazi spesso modificati o privatizzati fa sorgere dubbi su quanto si riesca ancora a restituire a quell’idea originaria il ruolo di cuore collettivo.
“Padova, la città che cresce”: una mostra per raccontare un’eredità
Fino al 31 luglio 2026, a Palazzo del Monte, Padova ospita una mostra dedicata a Mansutti e Miozzo. Tra disegni, foto e documenti d’archivio, l’esposizione racconta la trasformazione urbana della seconda metà del Novecento. Promossa da fondazioni locali e curata da studiosi dell’Università di Padova, la mostra fa parte della Biennale di Architettura Barbara Cappochin e vuole anche stimolare il dibattito sull’edilizia sociale oggi. Il convegno del 5 giugno, accompagnato da installazioni sparse in città, ha messo in luce le sfide dell’abitare sociale attuale, interrogandosi sul potenziale ancora vivo dell’architettura per costruire città più inclusive e comunità più coese, partendo da un’eredità storica importante ma non priva di complessità.
“Padova, la città che cresce” è quindi un’occasione per riflettere su un passato che ha plasmato la città e su un futuro che richiede impegno collettivo.
