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Kirghizistan alla Biennale di Venezia: BELEK di Alexey Morosov unisce arte e paesaggi montani

Dentro la chiesa sconsacrata di Santa Caterina a Venezia, un’opera cattura lo sguardo e la memoria. Alexey Morosov, nato a Frunze — l’odierna Biskek — nel 1974, porta con sé i paesaggi aspri del Kirghizistan. “BELEK” non è solo un’esposizione: è un viaggio che attraversa ghiacciai, dighe dall’aspetto brutalista e l’eco di antiche civiltà nomadi. Tra video, sculture, pittura e suoni, Morosov racconta l’acqua, un filo invisibile ma potente che tiene insieme terra, storia e identità in Asia Centrale.

Kirghizistan: montagne, dighe e un paesaggio trasformato dall’uomo

Il Kirghizistan è un paese di montagne, con ghiacciai che nutrono fiumi e laghi. Nel Novecento, soprattutto sotto l’era sovietica, grandi opere ingegneristiche — dighe massicce e austere nello stile brutalista — hanno cambiato profondamente il territorio. Queste strutture hanno permesso di gestire l’acqua, risorsa preziosa spesso convogliata verso i vicini Kazakistan e altri stati. Morosov mette in dialogo questo mutamento fisico con la storia e l’identità di un popolo nomade, per cui l’acqua è dono e responsabilità comune. Nel progetto, questo tema prende forma anche attraverso un antico gioco equestre, simbolo del legame tra uomo e natura.

La natura dura e i grandi bacini artificiali raccontano una trasformazione storica e sociale: un territorio di alta quota che diventa crocevia di culture e nodo cruciale per la gestione delle risorse. Le dighe, imponenti e ben visibili, parlano di un’epoca di controllo, promesse di progresso tecnico e trasformazioni radicali. In questo contesto, l’arte di Morosov si confronta con i segni tangibili della storia e riflette su l’acqua non solo come elemento naturale, ma come simbolo di vita e scambio.

Belek: il dono che costruisce l’identità collettiva

“BELEK” significa “dono”. Per Morosov, questa parola racchiude l’idea di cultura come patrimonio immateriale che passa di mano in mano, di generazione in generazione. Al centro di questa eredità c’è il gioco equestre tradizionale Kok-Börü, che diventa il fulcro di un racconto che mescola storia, mito e quotidianità.

In Kirghizistan, Kok-Börü — che si traduce con “lupo grigio” — è molto più di uno sport. Nato dalle esigenze dei pastori nomadi di proteggere il gregge, simboleggia il legame profondo tra uomo e cavallo. La palla usata nel gioco, una carcassa di caprone, rappresenta proprio il lupo. La partita richiama azione, istinto, ma anche l’identità stessa della comunità, che ha custodito questa tradizione per secoli e la porta avanti oggi come patrimonio immateriale.

Attraverso le installazioni e le opere di Morosov, la cultura kirghisa prende forma nella sua unicità, tra senso di appartenenza e cambiamenti moderni. Il “dono” scandisce le responsabilità sociali legate alla natura, all’acqua e al passaggio dei valori.

Centauri di terracotta e legno: mito e contemporaneità che si incontrano

Tra i pezzi più suggestivi spiccano le figure di centauri, scolpite con terra cruda raccolta nelle case kirghise. Queste sculture evocano l’unione tra uomo e cavallo, cuore dello spirito nomade e del Kok-Börü. Il centauro diventa così simbolo concreto e mitologico, ponte tra passato e presente.

C’è poi un’opera in legno di pioppo, chiamata Temir Kysyk, che suggerisce un legame simbolico tra cielo e terra, evocando la stella polare. Qui si gioca la continuità spirituale fra il Tengrismo, antica religione animista del Kirghizistan con Tengri, il cielo protettivo, e l’Islam sunnita, arrivato e radicato nel tempo. Morosov mette in scena questa sintesi tra fede e identità con lavori che raccontano la storia religiosa e filosofica del suo popolo, sempre a cavallo tra tradizione e presente.

Le sculture, realizzate a mano dall’artista, raccontano il suo rapporto diretto con i materiali e il tema. La scelta di forme e sostanze affonda nelle radici naturali e nelle architetture tipiche del Kirghizistan, trasformando in materia viva un racconto complesso.

Santa Caterina a Venezia: arte, memoria e dialogo tra culture

“BELEK” trova casa nella chiesa sconsacrata di Santa Caterina, un luogo segnato da incendi e ristrutturazioni. Morosov ha scelto di intervenire qui, smontando e rimontando lo spazio sacro per inserirvi il suo racconto contemporaneo. I quadri in mostra si ispirano al movimento dell’acqua, ai riflessi del vetro veneziano e al dinamismo di figure angeliche, richiamando anche il maestro Veronese con riferimenti a “Le nozze di Cana”.

La presenza di Temir Kysyk e delle sculture in terra cruda crea un ponte tra la cultura dell’Asia centrale e la tradizione europea, arricchendo il contesto veneziano. La mostra diventa così un crocevia culturale che unisce mondi lontani ma legati dalla storia della Via della Seta. Tra i visitatori, anche il regista Aleksander Sokurov, che ha portato un confronto tra linguaggi artistici diversi.

Tra arte, filosofia, antropologia e tecnologia, la 61ª Esposizione Internazionale d’Arte apre nuovi orizzonti sul ruolo delle risorse naturali, come l’acqua, e sul senso profondo di memoria e identità in un mondo che cambia senza sosta.

Redazione

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