Oltre settanta opere riempiono le sale della Pinacoteca Agnelli a Torino, trasformando lo spazio in un labirinto di memoria e mito. Alberto Savinio, all’anagrafe Andrea Francesco Alberto de Chirico, emerge qui non come “il fratello di” Giorgio de Chirico, ma come un artista a tutto tondo, capace di reinventare il reale attraverso occhi nuovi. La mostra, intitolata Souvenir, evoca quei frammenti di viaggio e ricordo che attraversano la sua opera, oscillando tra passato e futuro, tra sogno e realtà. Un’esperienza che fa rivivere un universo sospeso tra arte, musica e letteratura, dove ogni immagine racconta una storia da scoprire.
La Pinacoteca Agnelli rende omaggio a un artista poliedrico ma poco noto
Fino al 4 aprile 2027, la Pinacoteca Agnelli di Torino ospita oltre settanta opere che tracciano un ritratto approfondito di Savinio. La mostra, curata da Sarah Cosulich e Pietro Rigolo, non si limita a ripercorrere la vita dell’artista, ma mette in luce il suo rapporto con la creatività declinata in molte forme: dalla musica alla pittura, dalla scrittura alla scenografia. Savinio iniziò da giovane come compositore: già a 15 anni la casa editrice Ricordi acquistò i diritti di uno dei suoi pezzi, segno di un talento multiforme e precoce. Solo intorno ai 35 anni si dedica con continuità alla pittura, disciplina che abbandonerà e riprenderà più volte fino agli ultimi giorni, sempre circondato da musica e teatro.
La mostra arriva in un momento speciale per la Pinacoteca, che si prepara a festeggiare i suoi 25 anni. Un traguardo che rende questa esposizione un’occasione importante per riflettere su figure che hanno lasciato un segno profondo ma spesso nascosto nella cultura del Novecento.
I temi chiave e le fasi decisive nell’arte di Savinio
La mostra non segue un ordine cronologico rigido, ma propone un percorso tematico che mette in luce due periodi fondamentali: il ritorno in Italia dal 1926 al 1933 dopo anni a Parigi, e il Dopoguerra, con un linguaggio più maturo e introspettivo. Le opere arrivano da collezioni pubbliche e private, italiane e straniere, e raccontano i soggetti più ricorrenti nella sua poetica.
Al centro ci sono la famiglia e l’infanzia, idealizzate come un paradiso perduto, insieme a miti e riferimenti classici, frutto della sua formazione greca e italiana. Spiccano il manichino, come in Le tendre quatuor del 1928, e creature mostruose, come in Bataille de Centaures del 1930. Le figure femminili spesso sembrano sospese in attesa o in trasformazione, mentre si fa strada un interesse costante per il simbolismo del divino e dell’isola, vista come uno spazio chiuso e ideale.
Savinio era un artista a tutto tondo: musicista, scrittore — con opere come Ermafrodito del 1918, che rompe con le logiche dualistiche — traduttore e scenografo. La sua capacità di passare “di arte in arte”, come amava dire, nasce da un desiderio costante di rinnovarsi, senza mai perdere il controllo tecnico ma cercando sempre una freschezza creativa.
Arte, memoria e mito: i fili che legano l’opera di Savinio
Per Savinio l’arte era un “spettacolo dei nostri desideri”. Viaggiò molto — Grecia, Germania, Parigi — e incontrò grandi artisti come Jean Cocteau e André Breton. Pur avvicinandosi ai surrealisti, prese le distanze, rifiutando l’idea che il sogno fosse la via privilegiata per accedere al subconscio. Per lui, invece, la memoria era la vera protagonista, ricomposta in ritratti familiari, giocattoli e figure mitiche, tutti elementi che mescolano passato e presente.
Le opere che evocano questi temi sono piene di simboli. Nel 1930, Monumento ai giocattoli e Isola dei giocattoli si distinguono per colori vivaci e un senso di modularità, dove la classicità greca incontra il design italiano. Accanto a queste immagini emergono elaborazioni di lutti personali, come la perdita prematura di sorella e padre, raccontata attraverso complesse metafore visive, e una visione della maternità che si rifà al pellicano, simbolo di sacrificio materno.
Dal punto di vista tecnico, Savinio sperimenta molto. Inizia con l’olio, che definisce “gotico”, per poi preferire la tempera, scelta come recupero delle radici rinascimentali italiane, orgoglio nazionale. I suoi disegni preparatori, precisi e curati, mostrano un’attenzione quasi maniacale al dettaglio e un legame stretto con la pubblicazione su libri e riviste.
Innovazione e anticipazioni: Savinio tra tecnica e contemporaneità
Tra le cose più interessanti della mostra ci sono le opere che rivelano la spinta innovativa di Savinio verso tecniche miste e materiali diversi. Nei “collage dipinti” come Promenade Pompéienne del 1926, unisce acquerelli a stoffe come garze e merletti, un uso dei materiali che anticipa molte avanguardie. In Couple et enfant del 1927 mette insieme fotografie di famiglia, sculture classiche e frammenti preistorici, dissolvendo i confini tra epoche e linguaggi diversi.
Savinio vedeva il mondo come una grande scenografia teatrale, una “copia di copie”, un gioco di riflessi che oggi definiremmo postmoderno. Oltrepassava il dualismo uomo-animale, esplorando ibridazioni che mettono in crisi l’antropocentrismo classico. La sua adesione alla Metafisica non fu mai totale, ma contribuì a elaborare una poetica basata su una realtà stratificata e complessa.
Gli ultimi lavori: paesaggi sospesi tra sogno e realtà
L’ultima fase della sua vita artistica si mostra con opere più cupe e intense, cariche di atmosfere sospese tra sogno e realtà. Dipinti come Il monumento alla musica del 1951 e Bal de Tetes del 1952, l’ultimo prima della morte, mostrano figure enigmatiche inserite in paesaggi di luci e ombre che sfidano le leggi della realtà.
La mostra propone anche una lettura attuale del suo lavoro, sottolineando come Savinio affronti il corpo e l’identità in modo fluido e interconnesso. Mette in discussione il ruolo centrale dell’uomo, affrontando temi che oggi richiamano sensibilità queer e un’idea di ibridazione di generi e corpi. Il fantoccio e la rappresentazione come codice a metà strada tra parola e immagine anticipano molti linguaggi dell’arte contemporanea.
Souvenir non è solo un tuffo nel passato di Savinio, ma un’occasione per riflettere su come l’arte possa rinnovarsi senza mai perdere le proprie radici. A Torino, questa raccolta diventa il racconto vibrante di un artista capace di attraversare epoche e linguaggi con uno sguardo aperto e innovativo.
