Nel maggio 2026, Firenze ha detto addio a Paolo Masi, artista che ha sfidato quasi un secolo con un’unica parola d’ordine: libertà. A pochi mesi dalla sua scomparsa, la città che lo ha visto nascere lo celebra con una mostra che non si limita a ripercorrere la sua carriera, ma ne svela l’essenza più profonda. Masi non ha mai seguito le vie tracciate dall’accademia; ha scelto invece un percorso dove la sperimentazione e l’uso di materiali semplici diventano un linguaggio personale. Ogni opera in esposizione alla galleria Frittelli racconta questo spirito ribelle: segni presi dalla natura, spazi che si estendono oltre la tela, invadendo il pavimento come una costellazione sparsa, coinvolgendo chi guarda in un dialogo diretto e senza filtri.
Arte e libertà: il racconto di un artista fuori dagli schemi
La mostra curata da Sergio Risaliti alla galleria Frittelli offre un’occasione rara per tuffarsi nella coerenza di un artista che dagli anni Cinquanta ha scelto di rompere con l’arte accademica per aprirsi completamente alla sperimentazione. Si parte dai primi lavori e dalla mostra del 1960 alla Strozzina, fino alle opere più recenti, seguendo un filo che unisce rigore e libertà creativa. Non si tratta di un’astrazione fine a sé stessa: Masi lavorava sempre partendo da “dati reali”, piegando materiali come cartone, sabbia, pietruzze, fili metallici e terre raccolte nelle città in cui ha vissuto. Non era un gesto casuale, ma un ordine quasi scientifico che dava senso e unità a elementi frammentari.
La tecnica del frottage, ricorrente nelle sue opere, dialoga con l’uso intelligente di materiali di scarto urbano, trasformando ciò che sembra marginale in un vero linguaggio artistico. Questa tensione fra astratto e concreto, fra materia e forma, si è sviluppata soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, che per Masi furono “il periodo di massima libertà”. Quegli anni significarono non solo sperimentare nuove forme, ma vivere un’epoca di grandi cambiamenti sociali e culturali, in cui ogni artista poteva lasciare un’impronta netta, uscire dallo studio e farsi spazio nel mondo.
Il cartone, la città e un alfabeto di segni
Il cartone è stato per Masi il materiale simbolo della sua ricerca per oltre cinquant’anni. Scelto per la sua semplicità e per la sua presenza quotidiana nelle città dove ha lavorato — Milano, New York, Berlino, Firenze — è diventato la superficie su cui ha steso segni e trame. La sua forza sta nella duttilità: si piega, si strappa, si mescola con altri elementi raccolti in città. Masi ha inventato un alfabeto fatto di materia povera trasformata in architettura compositiva: strutture che sembrano sfidare forze opposte, dove ogni piega o lacerazione conta come una traccia.
Le opere in mostra mostrano un controllo rigoroso nell’assemblare gli elementi, senza lasciare nulla al caso, ma creando una complessità visiva e materica. L’uso di oggetti di strada, fili, carta da giornale non è mai casuale, ma frutto di una precisa costruzione che supera l’apparenza di “scarto”. Il lavoro di Masi raggiunge un punto alto con la partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1978, grazie all’opera Rilevamenti esterni-conferme interne, fatta di 94 partiture che mescolano calcina, sabbia, colore e tessuti in una stratificazione di linguaggi e materiali.
In queste creazioni, l’astrazione italiana conserva un’anima viva, quasi tattile. L’artista unisce l’esperienza del jazz, che lo ha segnato fin da giovane a Milano e durante il soggiorno a New York, alla stratificazione materica, trasformando ogni opera in una partitura visiva e sonora.
Svolte e impegno civile: l’evoluzione di un artista
Negli anni Ottanta Masi torna a dipingere, senza però perdere la sua identità. Mentre il mondo dell’arte si sposta verso nuove figurazioni, lui sfrutta questa tendenza per ingrandire le sue opere e giocare con il colore in modo deciso. Un ritorno che serve a esplorare nuove possibilità, senza però rinunciare alla propria autonomia stilistica.
Negli anni Novanta affronta temi sociali forti, come la pena di morte, sviluppati in una mostra alla Fortezza da Basso di Firenze. Qui emerge un impegno civile chiaro che convive con la ricerca estetica. Nel nuovo millennio prosegue la sperimentazione sulle superfici trasparenti del plexiglas, mantenendo sempre un legame saldo con la materia.
Questa evoluzione dimostra la capacità di Masi di rinnovarsi senza perdere la propria identità, anzi rafforzandola grazie a una continuità di valori.
Collaborazioni e il ruolo nell’arte fiorentina
La mostra alla galleria Frittelli non dimentica l’aspetto collettivo dell’arte di Paolo Masi. L’artista ha sempre coltivato rapporti con altri artisti e collettivi, sia a Firenze sia all’estero. Il suo legame con Maurizio Nannucci, figura chiave della scena locale, è un esempio della sua attenzione a creare spazi di confronto e collaborazione.
Negli anni Sessanta nasce Centro F/Uno, progetto condiviso con Baldi e Lecci, che rompeva l’isolamento culturale aprendo nuovi orizzonti alla sperimentazione. A questo seguono altri spazi no profit come Zona, attivo dal 1974, e Base, nato nel 1998 insieme a Guita, Catelani e Parisi. Questi luoghi hanno favorito un dialogo senza barriere, ampliando la pratica artistica oltre il singolo.
La rassegna mette in luce anche la dimensione politica e didattica che ha accompagnato tutta la carriera di Masi, sottolineando come il suo lavoro non sia mai stato solo estetico, ma un continuo confronto con la realtà sociale e con il linguaggio dell’arte.
Oggi questa collettiva a Firenze non è solo un omaggio a un protagonista dell’arte contemporanea italiana, ma anche un esempio di come l’arte possa intrecciarsi con la comunità, aprendo strade di dialogo e sperimentazione senza fine.
