La lanterna a spirale di Sant’Ivo alla Sapienza si fa riconoscere subito, spuntando netta contro il cielo di Roma, quasi nascosta tra la cupola del Pantheon e i campanili di piazza Navona. Il capolavoro barocco di Francesco Borromini, chiuso per anni, ha riaperto le sue porte il 27 ottobre 2026. Un’intesa tra Archivio di Stato, Diocesi di Roma e Touring Club Italiano ha reso possibile questo ritorno. Ora, cittadini e turisti possono finalmente varcare la soglia di uno dei luoghi più affascinanti della città, dove storia e arte si intrecciano con un ingegno senza tempo.
Sant’Ivo alla Sapienza: storia e architettura di un capolavoro
Sant’Ivo alla Sapienza nasce all’interno di un contesto universitario del Quattrocento, quando l’Università di Roma si sviluppava intorno alla chiesa di Sant’Eustachio. Nel 1632 Borromini, architetto ticinese di talento, riceve da papa Urbano VIII Barberini l’incarico di completare un complesso iniziato da Giacomo Della Porta. La sfida è grande: integrare le sue idee originali con le strutture già esistenti, come il cortile e la facciata disegnati da Della Porta.
Il progetto si sviluppa tra il 1642 e il 1660, un periodo segnato anche dall’ascesa di papa Alessandro VII Chigi, il cui stemma compare sull’attico aggiunto da Borromini. Il cantiere riflette così il legame tra la chiesa, la città e il papato, incarnando i simboli dei Barberini e dei Chigi.
Borromini trasforma l’area universitaria in un’opera unica: un edificio che fonde rigore geometrico e simbolismo, arte e scienza, culminando nella celebre lanterna a spirale.
Geometrie e simboli: l’anima di Sant’Ivo
Sant’Ivo alla Sapienza è uno spazio centrale e allo stesso tempo complesso, grazie alle sue forme geometriche. La pianta richiama una stella a sei punte, formata dall’incrocio di due triangoli equilateri, simbolo della Santissima Trinità. Questo disegno è inscritto in un esagono, e l’edificio gioca con linee concave e convesse, creando un effetto dinamico che colpisce subito chi lo guarda.
L’interno è raccolto, quasi scolpito come una conchiglia, con colori delicati e luci che mettono in risalto la purezza dell’ambiente. Qui il Barocco perde la sua opulenza per lasciare spazio a un rigore essenziale e solenne. Il pavimento, disegnato da Borromini, è un raffinato intarsio in marmo bianco e nero, pensato per guidare i visitatori in una sorta di meditazione spaziale.
L’altare ospita una pala di Pietro da Cortona, mentre all’esterno spicca la cupola polilobata sormontata dalla lanterna a spirale. Quest’ultima, decorata con travertino, fiaccole e una corona fiammeggiante in ferro battuto, termina con una sfera, una croce e la colomba dello Spirito Santo, simboli di fede e pace.
Restaurare il “bianco borrominiano”: i lavori e le visite
Il complesso è stato sottoposto a un lungo restauro iniziato nel 2016, guidato dalla Soprintendenza Speciale di Roma con Maria Cristina La Penna e Alessandra Centroni. Il lavoro ha riguardato la chiesa e le strutture circostanti, con interventi su superfici, pulizia dei materiali e rimozione di stuccature danneggiate.
L’obiettivo era riportare alla luce il cosiddetto “bianco borrominiano”, quella luce che illumina e dà vita agli spazi di Sant’Ivo. Il progetto ha avuto anche il sostegno del PNRR, che ha finanziato, tra l’altro, l’installazione di un nuovo sistema di illuminazione.
Ora la chiesa è aperta al pubblico dal lunedì al venerdì, dalle 9:30 alle 13:30. Le visite guidate sono offerte da volontari esperti, che raccontano la storia degli ambienti e del cortile. L’iniziativa “Aperti per voi”, promossa dal Touring Club Italiano, prevede a breve un allungamento degli orari di apertura.
Dal cuore barocco di Roma al Museo Napoleonico
Per chi vuole approfondire il barocco romano, il Museo Napoleonico a Palazzo Primoli propone una mostra fino a gennaio 2027: “Il barocco italiano a Dresda”. L’esposizione presenta disegni settecenteschi dalla Germania.
Nella sezione “Roma come modello” si possono ammirare studi sugli interni di edifici iconici come Sant’Ivo alla Sapienza e San Carlo alle Quattro Fontane, un’altra opera straordinaria di Borromini.
Così, in pochi passi, si passa dal cuore di un capolavoro del Seicento a un racconto più ampio su come quel linguaggio artistico ha segnato Roma e l’Europa barocca.
