Lo schermo esplode in un caleidoscopio di colori che cattura lo sguardo e non lo lascia andare. Riverrun sfugge a ogni definizione tradizionale: non è un film come gli altri. Non c’è una trama lineare da seguire, ma un gioco sottile tra emozioni, sensazioni, immagini che si fanno astratte, quasi ipnotiche. Philippe Parreno, nome noto nell’arte contemporanea francese, si lancia nel cinema di finzione con questo lungometraggio che ha debuttato alla Festa del Cinema di Roma. Luci, suoni, visioni si fondono in un’esperienza che supera ogni aspettativa. Riverrun non racconta una storia, piuttosto trasporta in uno stato d’animo, dove la percezione diventa materia e la narrazione si dissolve in atmosfere soffuse, pennellate di colori pastello. Un’opera che sorprende, affascina e prepara il terreno per il suo arrivo nelle sale italiane nel 2027, con Filmclub Distribuzione e Minerva Pictures.
Al centro di Riverrun ci sono donne forti e fragili, protagoniste di un viaggio interiore complesso. Lucy, interpretata da Charlotte Gainsbourg, è una musicista che perde pian piano il controllo del proprio corpo e della voce che sosteneva la sua arte. Con lei c’è la psichiatra Cruz , che la porta in una clinica in Spagna. Qui Lucy incontra Tony , figura che diventa ponte tra cura e trasformazione. Completa il cast Ángela Molina, che aggiunge spessore a questa riflessione sul dolore e sulla depressione. Il film rinuncia a una narrazione psicologica tradizionale, preferendo costruire una storia fatta di sensazioni e percezioni alterate, dove i confini tra corpo e ambiente si fanno sfumati. Parreno abbandona il dramma classico per un’esplorazione che mescola realtà e percezione. La perdita dell’identità e il rapporto con lo spazio circostante diventano i motori di un racconto lento, senza certezze.
Philippe Parreno non è un regista come gli altri, ma un artista contemporaneo di rilievo internazionale. Nato a Orano nel 1964, ha costruito la sua carriera con installazioni, video e ambienti immersivi che sfidano il tempo e la percezione. Riverrun riflette questa sensibilità. Il film si avvicina molto alla videoarte, spezzando la linearità narrativa con sequenze che sembrano opere a sé stanti. Luci verdi, giochi di colore e spazi in continuo mutamento trasformano lo schermo in un’installazione audiovisiva. L’immagine non serve solo a sostenere la storia, ma diventa protagonista: invita lo spettatore a osservare con occhi diversi, a soffermarsi sull’esperienza visiva prima di cercare un senso. Parreno spinge così il cinema verso territori poco battuti, dove l’aspetto artistico domina sulla narrazione classica.
Per creare un’esperienza totalmente immersiva, Parreno si affida a Nicolas Becker per la colonna sonora. Fin dall’inizio, la musica pulsa con un ritmo vicino alla techno sperimentale, scandendo le immagini con vibrazioni che entrano sotto la pelle. Con il procedere del film, però, i suoni cambiano: diventano più sospesi, più vicini alla natura. Si sentono rumori ambientali e frequenze che sembrano provenire dagli spazi attraversati dai personaggi, richiamando le ricerche sonore di artisti come Philip Samartzis. Non è una semplice musica di sottofondo, ma un paesaggio sonoro vivo, parte integrante dell’esperienza. Becker trasforma il suono in una presenza fisica, che fa della sala cinematografica un luogo da esplorare con le orecchie, quasi un ambiente espositivo dove l’audio si fonde con le immagini.
La forza di Riverrun sta proprio nella fusione di linguaggi diversi. Parreno rompe i confini tra cinema e arte contemporanea, trasformando il film in un luogo dove colori, corpi e suoni si mescolano per creare un significato nuovo, tutto da scoprire. Non è una storia da seguire passo dopo passo, ma un’immersione sensoriale che mette in discussione il modo tradizionale di guardare e ascoltare un film. La continuità tra videoarte, installazioni e paesaggi sonori rende la visione qualcosa di più ampio, dove lo spettatore è chiamato a vivere il film più che a capirlo. Riverrun segna un passo importante per Parreno, che porta nel cinema di finzione la libertà espressiva dell’arte contemporanea, firmando un debutto destinato a lasciare il segno.
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