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Lavoro di cura, genere e razza: il dibattito culturale al Chimera Fest di Caserta

A Casertavecchia, il lavoro di cura torna a farsi sentire forte, tra storie di vita e intrecci di potere. Al Chimera Fest 2026, due scrittrici di grande impatto – Sabrina Efionayi e Nadeesha Uyangoda – rompono il silenzio attorno a un tema spesso invisibile, ma cruciale. Non si parla solo di assistenza o dedizione: si parla di come razza, genere e cultura plasmino chi si prende cura e come venga riconosciuto questo impegno.

L’evento, ospitato nella cornice antica della città, è promosso dall’associazione Itinerari Paralleli e si inserisce nella terza edizione del festival, che quest’anno esplora il Mediterraneo attraverso linguaggi e arti. Nel cuore della sezione Parole, un laboratorio culturale spinge oltre la superficie, chiamando a un confronto che rompe barriere e fa emergere le molteplici identità dietro il lavoro di cura.

Chimera Fest: Casertavecchia al centro di un confronto su razza e genere

Il Chimera Fest 2026 si presenta come un’occasione per guardare al Mediterraneo nella sua ricchezza e complessità culturale. Casertavecchia diventa così un punto di incontro tra discipline e storie diverse. In questa edizione, che si chiuderà il 25 ottobre, figure come Sabrina Efionayi e Nadeesha Uyangoda portano la loro esperienza di scrittrici e attiviste, mettendo sotto i riflettori il lavoro di cura come fenomeno sociale che coinvolge direttamente razza, genere e identità.

Sabrina Efionayi, nata nel 1999 a Castelvolturno e cresciuta a Napoli, ha fatto del racconto autobiografico e della riflessione sulle vite di donne migranti e afro-discendenti in Italia il cuore delle sue opere. Tra i suoi lavori più noti ci sono “Addio, a domani” e “Padrenostro” , oltre al podcast “Storia del mio nome”, realizzato con Chora Media e Spotify Studios. Dall’altra parte, Nadeesha Uyangoda, giornalista e podcaster originaria dello Sri Lanka e cresciuta in Lombardia, ha raccontato nel suo romanzo “Acqua Sporca” molte delle dinamiche legate alla marginalizzazione, vincendo il Premio Campiello Opera Prima 2026.

Il confronto tra le due autrici, previsto per il 25 ottobre alle 16 al La Finestra Community Hub, approfondisce in modo concreto e diretto la relazione tra lavoro di cura, precarietà, discriminazioni e narrazioni sociali.

Lavoro di cura: uno specchio delle disuguaglianze

Sabrina Efionayi osserva il lavoro di cura come un sistema di imposizioni sociali che spesso confinano le donne migranti e razzializzate in ruoli precisi e sottovalutati. Il lavoro domestico, l’assistenza e persino il lavoro sessuale sono settori dove la fatica fisica ed emotiva passa inosservata o viene vista come un “dono” naturale delle donne, senza riconoscere l’impegno e il sacrificio che ci sono dietro.

Secondo Efionayi, i media e le istituzioni contribuiscono a costruire un’immagine che relega queste donne a ruoli secondari, invisibili o sacrificabili. La sua esperienza personale, raccontata anche nei suoi libri, mette in luce come le politiche sociali tendano a rinchiudere le donne non bianche in incarichi ben definiti, negando loro strumenti e opportunità per crescere e cambiare.

Parla di una “catena della cura”, un meccanismo dove il benessere di alcune famiglie dipende dal lavoro invisibile di altre donne che, spesso, hanno anche loro responsabilità familiari da gestire. Questo intreccio di sacrifici mostra come il lavoro di cura non sia solo una questione economica, ma anche politica e culturale.

Intersezionalità: la chiave per capire genere e razza insieme

Efionayi insiste sull’importanza di adottare uno sguardo intersezionale per affrontare le questioni di genere e razza senza ridurle a categorie separate o universali. Riprendendo l’opera di Ijeoma Oluo “E così vuoi parlare di razza?”, spiega come le disuguaglianze si intreccino e vadano considerate nella loro complessità.

Il femminismo, avverte, rischia di lasciare fuori le esperienze delle donne non bianche se non si intreccia con l’antirazzismo. Allo stesso modo, un antirazzismo che ignora il genere può nascondere le specificità delle donne razzializzate. La classe sociale aggiunge un ulteriore livello: il genere vissuto cambia molto se si guarda alla posizione sociale, alla cittadinanza e alle condizioni materiali di una donna.

L’intersezionalità diventa così uno strumento per costruire una narrazione più coerente e inclusiva, capace di superare rappresentazioni parziali e stereotipate.

Scrivere per restituire dignità e complessità

Per Sabrina Efionayi, la scrittura può diventare un mezzo politico e culturale per dare voce a chi fa lavori di cura spesso invisibili o banalizzati. Non solo con la fiction, ma soprattutto con la scrittura biografica, si può restituire la complessità delle vite di queste donne, andando oltre la retorica del sacrificio o della rinuncia.

Il racconto letterario rompe con l’immagine unica e stereotipata delle donne migranti, mostrando i loro desideri, le contraddizioni e le storie personali. In questo modo si cerca di spostare lo sguardo da una rappresentazione imposta a una scelta consapevole, che riconosca pienamente l’umanità e i diritti di queste persone.

Scrivere diventa così un atto di cura collettiva, un modo per riparare memorie dimenticate e dare dignità a lavori e sacrifici che altrimenti resterebbero nell’ombra.

Il lavoro domestico in Italia: una divisione tra razza e genere

Nadeesha Uyangoda mette in luce la forte segregazione razziale e di genere nel settore dell’assistenza familiare e della cura domestica in Italia. Le donne migranti, spesso provenienti da precise aree geografiche, sono concentrate in questi ruoli, che risultano fondamentali per il funzionamento quotidiano e economico di molte famiglie italiane, soprattutto di quelle di classe media e medio-alta.

Questo sistema, spiega Uyangoda, si regge spesso su una privatizzazione della cura che trasferisce alle famiglie un peso pesante, sia economico sia emotivo. La mancanza di un welfare pubblico adeguato rende invisibile il vero peso di queste mansioni, affidate a lavoratrici straniere spesso sottopagate e senza tutele contrattuali.

Si crea così una dinamica di potere dove il lavoro di cura diventa sinonimo di sfruttamento, ma allo stesso tempo resta indispensabile per molte economie domestiche.

Precarietà e mancanza di diritti per le lavoratrici della cura

Nel racconto di Uyangoda, la precarietà si traduce in lavori senza tutele, spesso “a ore”, in nero, senza diritti pensionistici. Non c’è una linea netta tra il luogo di lavoro e la casa, si vive una condizione di “co-residenzialità” che confonde confini e orari.

Questa situazione impedisce alle lavoratrici di rivendicare diritti fondamentali come lo sciopero o la protesta, aumentando la loro fragilità non solo economica, ma anche emotiva e legale. La mancanza di cittadinanza contribuisce a mantenere queste donne in uno stato di precarietà permanente, con un futuro sempre incerto.

L’invisibilità sociale e giuridica alimenta una narrazione ambivalente, che oscilla tra la figura idealizzata del “buon badante” e il sospetto verso queste lavoratrici, negando in entrambi i casi la loro piena umanità e dignità sul lavoro.

Cittadinanza e organizzazione: una strada in salita

L’accesso alla cittadinanza italiana, reso difficile da requisiti come dieci anni di residenza, è un altro ostacolo per chi lavora nella cura. Questo limita la possibilità di organizzarsi in collettivi o sindacati, rendendo più difficile difendere i propri diritti.

Uyangoda evidenzia come questa condizione favorisca lo sfruttamento e la subordinazione: senza una base normativa e sociale stabile, cresce la paura di espulsioni e discriminazioni. La difficoltà di unirsi come gruppo politico indebolisce la spinta verso una maggiore tutela, lasciando queste lavoratrici sole a fronteggiare le proprie condizioni di lavoro.

Il lavoro invisibile delle donne migranti nel settore della cura resta quindi un nodo cruciale per chi vuole capire le disuguaglianze in Italia, intrecciando razza, genere, classe e diritti civili.

L’incontro del 25 ottobre al La Finestra Community Hub di Casertavecchia, nell’ambito del Chimera Fest, si presenta così come un momento prezioso per ascoltare e riflettere sulla complessità del lavoro di cura, portando alla luce questioni culturali, sociali e politiche che continuano a segnare profondamente la nostra società.

Redazione

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