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Milano, la gioventù dimenticata: cosa si nasconde dietro gli scontri e il senso di esclusione

Gli occhi dei ragazzi che hanno infranto le vetrine parlano una lingua che molti ignorano. C’è una sconfitta silenziosa, uno sguardo spento che racconta di sentirsi fuori posto, come se il mondo intorno non fosse fatto per loro. Non sono solo atti di vandalismo, né semplici esplosioni di rabbia giovanile. Dietro quei vetri rotti si nascondono storie di esclusione, di delusione profonda. Enrico Galiano, insegnante e scrittore, ha osservato da vicino le tensioni che hanno infiammato Milano nelle ultime settimane. Quel che racconta non è una giustificazione, ma un quadro complesso: ragazzi messi da parte, invisibili agli occhi di chi preferisce giudicare senza capire.

Milano, la frattura tra giovani e istituzioni: la scuola come muro e non come ponte

I disordini visti nelle strade di Milano non sono incidenti isolati, ma il segnale di un divario profondo tra una parte dei giovani e le istituzioni. In particolare, la scuola è percepita da molti come un ambiente distante, inutile. Galiano sottolinea come questa percezione di un sistema scolastico inefficace spinga tanti ragazzi a rifiutare quel mondo, passando presto dalla delusione all’aggressività contro l’ordine stabilito. Quel malessere quotidiano, che si consuma tra le aule e i marciapiedi, si trasforma in rabbia e, a volte, in gesti estremi come le devastazioni che abbiamo visto.

Molti di questi adolescenti vivono in una sorta di limbo, con una fiducia nel futuro che si consuma giorno dopo giorno. L’emarginazione, reale o sentita, si riflette nelle loro azioni e scelte. Spesso provengono da situazioni difficili, senza vere opportunità di inserirsi nella società. La scuola, invece di essere un passaggio verso il domani, diventa un muro che li allontana ancora di più. Ed è lì che si annida la rabbia che poi esplode in atti di distruzione contro beni pubblici e privati, visti come simboli di un sistema che non li considera.

La risposta della società: condanna immediata o apertura al dialogo?

Di fronte a queste sommosse, la reazione più comune è quella di condannare senza appello. Ma, come ricorda Galiano, chi si limita a giudicare senza provare a capire o a tendere la mano rischia solo di allontanare ancora di più questi ragazzi. Mancando l’ascolto, il dialogo diventa impossibile e l’unica risposta vista è la repressione. Una chiusura che non fa che aumentare il senso di alienazione e allontanare definitivamente i giovani dalle istituzioni.

Il vero pericolo è confondere il disagio sociale con semplice devianza, senza vedere che dietro ogni gesto c’è una richiesta di attenzione e inclusione. Per cambiare davvero serve una politica educativa e sociale che non punisca soltanto, ma investa nella comprensione delle cause, nel sostegno concreto e nel coinvolgimento attivo degli adolescenti. La strada verso una convivenza più pacifica passa per la costruzione di spazi dove ascoltare e far partecipare davvero i ragazzi, facendoli sentire parte della comunità e non più esclusi.

Insegnare la speranza in mezzo alle difficoltà: il ruolo chiave degli educatori

Gli insegnanti, i mediatori culturali e gli operatori sociali vivono ogni giorno la tensione tra la promessa di un futuro migliore e la dura realtà di molti giovani. Galiano racconta come ogni giorno sia una lotta contro la rassegnazione e quel senso di impotenza che prende tanti studenti. In questo contesto, insegnare diventa una missione di resistenza e speranza, un modo per restituire dignità e fiducia a chi ha perso anche il diritto di sognare.

Il loro lavoro si traduce in azioni concrete: valorizzare le capacità di ciascuno, costruire rapporti di fiducia, creare ambienti scolastici più accoglienti e meno oppressivi. È fondamentale riconoscere il potenziale di questi ragazzi, anche quando la società li vede solo come un problema da risolvere. Proporre pratiche educative che rispondano davvero ai loro bisogni, che combattono il senso di inutilità e marginalità, è un investimento indispensabile per la nostra città.

Chi lavora in questi settori sa bene che non esistono soluzioni rapide o facili. Serve un impegno costante, fatto di ascolto e attenzione alle singole storie. Solo così si può provare a trasformare rabbia e frustrazione in occasioni di crescita, per i giovani e per tutta la comunità.

Redazione

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