A Prato, Villa Rospigliosi si trasforma in un laboratorio d’arte in continuo movimento. “Promemoria personale ” non è una mostra qualunque: è un racconto che si scrive davanti agli occhi di chi visita. Ventisei artisti toscani, attivi dagli anni Novanta a oggi, si alternano in quattro appuntamenti, da fine aprile a fine settembre 2026. L’idea di Saretto Cincinelli è chiara: niente esposizioni statiche o cataloghi definitivi, ma un percorso che cambia, si evolve, coinvolge. Quel gesto intimo che è il promemoria diventa qui un invito aperto, un dialogo vivo tra pubblico e arte.
Saretto Cincinelli e una mostra che respira
Saretto Cincinelli, nome di spicco nel panorama artistico toscano e storico collaboratore della GNAM sotto Cristiana Collu, ha pensato questa rassegna come una sorta di autobiografia artistica. Ha vissuto in prima persona decenni di cambiamenti culturali in Toscana, diventando testimone e voce delle sperimentazioni locali.
La mostra si presenta come un organismo in continuo movimento: le opere, per lo più, parlano di impermanenza e trasformazione. Cincinelli ha scelto di evitare un allestimento cronologico o lineare, preferendo un montaggio spaziale dove le opere convivono senza fondersi completamente. Ogni pezzo mantiene la sua identità, ma insieme creano un gioco di luci e significati che si rinnovano ad ogni visita.
Così la mostra diventa un “libro degli amici” scritto nello spazio, un racconto senza una fine precisa. Un invito a vedere la memoria non come qualcosa da conservare in modo statico, ma come un processo vivo e in continuo cambiamento.
Ventisei artisti e un dialogo tra forme e materiali
Sono ventisei gli artisti toscani coinvolti, di generazioni diverse, che riflettono sull’effimero e sulla memoria trasformata in arte. Tra loro spicca Emanuele Becheri, che con la sua scultura in terracotta “Figura” e il video “Glas” porta lo spettatore a pensare alle tracce fugaci del movimento e dell’aria. Il suo rapporto con Cincinelli è un continuo scambio di visioni che rilegge la storia dell’espressione artistica.
Chiara Bettazzi si concentra sui materiali di uso quotidiano, trasformando oggetti comuni in contenitori di storie e ricordi. Il suo lavoro crea uno spazio intimo dove la vita di ogni giorno si carica di significati emotivi e culturali.
Antonio Catelani propone invece geometrie serrate, con opere che sfuggono a facili definizioni, mescolando pittura e scultura in forme quasi architettoniche. “Untitled” è un esempio di questa tensione: rigore e instabilità si confrontano nello spazio, sfidando lo spettatore.
Natura e fragilità, un filo conduttore
Tra i protagonisti c’è anche Christiane Löhr, che fa della natura il suo linguaggio. La sua opera “Kleine Haarsäule” è costruita con crini di cavallo, creando una struttura leggera e delicata. Questa micro-architettura dialoga con l’ambiente di Villa Rospigliosi, portando una poesia sottile che intreccia ordine matematico e vitalità organica.
Fabrizio Prevedello esplora il rapporto tra scultura e paesaggio. La miniatura di montagna “1749” sembra dissolversi nell’aria, mentre “Colore” gioca con la luce naturale attraverso una lastra traslucida che diventa materia pittorica. Le sue opere fanno entrare la natura non solo come soggetto, ma come presenza viva che modella l’esperienza.
Linguaggi diversi per raccontare l’arte contemporanea in Toscana
La mostra mette in scena anche l’astrazione emotiva di Carlo Guaita e le sculture animalier di Davide Rivalta, che qui si presta anche come soggetto ritratto, sottolineando la rete di relazioni tra gli artisti.
Massimo Barzagli racconta l’assenza attraverso spazi domestici vuoti, mentre Michelangelo Consani si muove tra controllo formale e irruzione naturale, oscillando tra ordine e casualità.
Daniela De Lorenzo, Paolo Fabiani e Paolo Meoni indagano la dissoluzione del soggetto e la complessità della forma: De Lorenzo sovrappone media diversi, Fabiani utilizza una tecnica di “pitture soffiate”, Meoni sfrutta la scansione digitale per creare volumi. Le loro opere mostrano come l’arte contemporanea apra nuove strade per coinvolgere e sorprendere il pubblico.
Un finale simbolico che racchiude tutto il progetto
Il percorso si chiude con “Scala “ di Andrea Santarlasci, presentata nell’ultima tappa. Questa scala a chiocciola, appoggiata su lastre specchianti, sembra perdersi in un abisso visivo. La spirale perde la sua funzione di collegamento e diventa metafora di una ricerca aperta, senza risposte definitive. È il cuore pulsante di una mostra che vive nel suo continuo trasformarsi.
Villa Rospigliosi conferma così il suo ruolo di spazio d’eccellenza, capace di ospitare un progetto vivo, fatto di scambi tra artisti, pubblico e memoria culturale. Un invito originale a vedere l’arte come un processo che trasforma ricordo e presente in qualcosa di nuovo e inaspettato.
