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Terremoto del Friuli 1976: al Castello di Udine la mostra innovativa che trasforma la memoria storica

Cinquant’anni fa, il terremoto del 1976 sconvolse il Friuli, lasciando un segno indelebile nel territorio e nelle vite di chi lo abitava. Oggi, il Castello di Udine si trasforma in una finestra sul passato, ma anche in un luogo di riflessione sul presente. Qui non si celebra solo una data, ma si intrecciano scienza, fotografia e arte per raccontare un trauma che continua a farsi sentire, silenzioso ma potente. Fino al 18 ottobre 2026, la mostra invita a guardare oltre l’immagine, a cogliere storie e emozioni che sfuggono al primo sguardo, senza cedere a nostalgie o facili retoriche.

Un allestimento che rompe gli schemi della memoria tradizionale

La mostra si snoda tra le sale della Galleria d’Arte Antica e il Salone del Parlamento del Castello di Udine, con un percorso che evita la solita sequenza cronologica. Non c’è un ordine rigido, ma un gioco di immagini e documenti che si intrecciano come pezzi di un puzzle. Accanto alla registrazione grafica di un sismografo – quella linea sottile tracciata il 5 maggio 1976 nella Grotta Gigante – si trovano calotipie ottocentesche di Augusto Agricola. Le fotografie si alternano e si sovrappongono: dal rigore scientifico alle immagini delicate di ritratti storici, come quello scattato a Verzegnis nel 1928, dove quattro bambini sono ritratti accanto a una tenda di fortuna, sospesi tra innocenza e smarrimento. Non si tratta solo di raccontare i fatti, ma di mostrare la complessità culturale di un territorio segnato dal sisma.

Quattro fotografi contemporanei raccontano il Friuli di ieri e di oggi

La vera novità della mostra è la scelta di affidare a quattro fotografi contemporanei, senza esperienza diretta del terremoto, il compito di rielaborare quel passato con occhi nuovi. Nasce così una mappa di interpretazioni che si muove su più livelli. Olivo Barbieri ha focalizzato la sua attenzione sulla trasformazione urbana, spostandosi a Lubiana per mostrare come un evento sismico possa cambiare l’architettura e la struttura delle città. Marina Caneve ha esplorato le tracce invisibili della scienza, fotografando le infrastrutture e le reti nate dopo il sisma, strutture internazionali nate per studiare il pianeta in seguito a quel trauma.

Davide Degano ha puntato l’obiettivo sulla società friulana di oggi, concentrandosi sulle nuove generazioni e sulla mobilità sociale, segnali di un cambiamento profondo non solo nel paesaggio ma anche nelle comunità. Infine, Giulia Iacolutti ha affrontato l’archivio con uno sguardo quasi psicanalitico, rielaborando materiali storici per costruire una narrazione intima, capace di dare voce al post-trauma, un qualcosa di ancora vivo e delicato nella memoria collettiva.

Un racconto a più strati tra scienza, paesaggio e cultura

La mostra si sviluppa su tre filoni paralleli: quello sismologico, che ripercorre dati e studi scientifici; quello paesaggistico, che racconta le trasformazioni del territorio; e quello culturale, che indaga l’impatto del terremoto sulle comunità friulane. Non offre risposte facili o narrazioni canoniche, ma invita a immergersi nelle diverse sfumature di un Friuli di ieri e di oggi. Come spiega Federico Pirone, assessore alla Cultura di Udine, il progetto evita ogni tipo di retorica, concentrandosi invece sulle trasformazioni concrete e sulla memoria viva del territorio.

L’incrocio tra le testimonianze fotografiche contemporanee e l’archivio storico crea un dialogo intenso tra passato e presente, mostrando come scienza e arte possano collaborare per raccontare una storia complessa, ma necessaria. Il confronto tra le collezioni museali, la Biblioteca civica e le nuove opere valorizza un patrimonio documentale ricco, andando oltre la semplice celebrazione e stimolando una riflessione profonda sulle trasformazioni sociali e ambientali che continuano a segnare il Friuli.

Fino al 18 ottobre 2026, il Castello di Udine resta così un luogo dove la memoria del terremoto si rinnova e si trasforma, offrendo nuove prospettive per capire la città e il territorio attraverso il linguaggio della fotografia e della scienza. La mostra sfida i visitatori, locali e non, a confrontarsi con un passato complesso, senza filtri, ma con immagini e dati che raccontano un pezzo importante della storia recente italiana.

Redazione

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