Al Columbus Circle di New York, il brusio della città si mescola a un racconto intenso. Rania Matar, fotografa libanese-americana, parla del suo nuovo libro, Where Do I Go?. Le sue immagini raccontano le giovani donne del Libano, segnate dall’esplosione al porto di Beirut nel 2020. In quel caos, cercano una direzione, un futuro in un paese ferito ma resistente. Pubblicato nel 2026 in inglese e arabo da Kaph Books, il volume ha venduto tutte le copie in pochi mesi, tanto da richiedere una ristampa. Le fotografie di Matar, esposte in musei di tutto il mondo, sono un diario visivo sulla femminilità, sospesa tra Medio Oriente e Occidente.
Where Do I Go? nasce quasi per caso, dal desiderio di volontariato di suo figlio subito dopo l’esplosione di Beirut. Quello che doveva essere un reportage sulla distruzione si trasforma presto in uno studio fotografico sulle giovani donne libanesi impegnate a ricostruire e ripulire. Matar si concentra meno sulle macerie e più sulle persone che continuano a vivere, lavorare e lottare in un contesto di abbandono e incertezza. La domanda che dà il titolo al libro, “Dove vado?”, arriva da un graffito in arabo su un muro di Beirut, immortalato insieme a Perla, una delle ragazze ritratte. Molte di queste giovani vivono in bilico tra il desiderio di restare in patria e la tentazione di partire alla ricerca di stabilità.
Questo tema risuona anche nella storia personale di Matar: nel 1984 lasciò il Libano, seguendo un’ondata migratoria che oggi queste ragazze sembrano ripetere. Il progetto si sviluppa così tra ricordi personali e riflessioni sulle diverse migrazioni che hanno segnato il paese. La fotografa si racconta come parte di quella storia, riconoscendo nelle scelte e nei dubbi delle giovani un riflesso della sua esperienza di passaggio tra culture.
L’identità di Rania Matar si snoda tra radici palestinesi, formazione libanese e vita negli Stati Uniti. È proprio la sua esperienza da immigrata a nutrire il suo lavoro. Pur senza definirsi strettamente palestinese nel suo progetto artistico, la componente libanese segna profondamente il suo sguardo. È una doppia appartenenza, a “loro” e a “noi”, come lei stessa dice, che ha plasmato la sua carriera, soprattutto dopo l’11 settembre, in un clima di divisioni accentuate.
Le sue fotografie non si limitano a ritrarre donne, ma esplorano la complessità dell’identità, della femminilità e del rapporto con il proprio paese e cultura. In un mondo dove l’Occidente spesso offre un’unica, semplificata immagine della condizione femminile araba, Matar propone uno sguardo sfaccettato. Il velo, l’hijab, nelle sue foto sono scelte personali, non simboli automatici di oppressione. L’artista ammira la forza di queste donne, riconosciuta al di là degli stereotipi.
Nei suoi lavori precedenti, ha raccontato vite ordinarie, spazi familiari e momenti intimi. Con Where Do I Go? si sposta invece verso spazi pubblici ormai in rovina o abbandonati, indagando un senso di appartenenza che passa attraverso il rapporto con la città e la natura.
I luoghi fotografati in Where Do I Go? sono carichi di storie complesse. Dalla stazione ferroviaria di Rayak, a Bhamdoun sulla strada per Damasco, fino ai villaggi e agli spazi semi-desertificati di Beirut e dintorni, queste location diventano simboli concreti della crisi politica e sociale del Libano. Molti portano ancora i segni delle guerre, dell’occupazione e della devastazione, in particolare quella israeliana nel sud del paese. Il libro sembra catturare la fragilità di una nazione che combatte tra ricordi dolorosi e la voglia di trovare bellezza anche tra le macerie.
Il lavoro racconta anche il legame personale che le giovani donne hanno con questi spazi: sono attratte dall’abbandono, si sentono vicine alle vecchie case, a ciò che resta di una storia interrotta. Una ragazza, per esempio, si mette a ballare davanti a un murale di figure danzanti, manifestando così un legame vivo con ciò che la circonda. Anche la natura è protagonista, con acqua e montagne che si intrecciano alle immagini urbane, creando un equilibrio tra decadenza e speranza. La fotografia diventa un dialogo tra corpo femminile e spazio, tra memoria privata e collettiva.
Matar sottolinea molto il lavoro condiviso con le sue modelle. Le donne ritratte non sono mai semplici soggetti passivi, ma partecipano attivamente a decidere pose e luoghi del servizio fotografico. Il lavoro sulle pose è un’esperienza nuova, fatta di empatia e scoperte reciproche. Un esempio chiaro è il Piccadilly Theater, simbolo di un Libano un tempo splendente ora ridotto a rovina, scelto come sfondo per uno scatto nato insieme a una giovane attrice.
Questo scambio arricchisce le immagini di significati che vanno oltre l’identità personale, ampliando la narrazione alla memoria storica e agli spazi vissuti. Alcune donne guardano dritto in camera, altre si voltano di spalle, offrendo così diverse chiavi di lettura sul rapporto con la propria identità e il territorio.
La cura di Matar per i suoi soggetti si vede anche nella scelta di lasciare i nomi nelle didascalie. In un Libano che attraversa una crisi umanitaria con 1,2 milioni di sfollati e migliaia di vittime, questa decisione diventa un omaggio alla singolarità di queste donne. Ogni fotografia racconta storie di persone, famiglie spezzate, di perdita e resistenza. Le immagini non si fermano a un’idea astratta di dolore, ma restituiscono nomi, volti, storie concrete.
Una storia particolarmente toccante è quella di Samira, rifugiata palestinese di terza generazione. Il suo percorso si snoda per anni tra povertà, esclusione e difficoltà, aggravate dalla mancanza di documenti. La sua vita nel campo profughi è una tragedia che si ripete di generazione in generazione, ma la fotografia diventa per lei anche un modo per ribellarsi e raccontarsi.
Un altro luogo chiave nelle fotografie di Matar è l’Hotel Holiday Inn di Beirut, costruito nel 1974 e diventato simbolo del passato prospero del Libano fino allo scoppio della guerra civile nel 1975. Oggi è un edificio semi-distrutto, segnato da proiettili e bombe, che rappresenta un monito visivo della violenza che ha segnato il paese.
Matar ha raccontato di aver aspettato anni per ottenere il permesso militare di entrare, visto che si trova in una zona ancora sensibile. Le immagini scattate dentro e intorno all’Hotel, come quella di Tara nella piscina vuota, caricano le foto di simboli di fragilità e resistenza, mettendo in luce il peso della memoria personale che si intreccia con quella nazionale.
Nel libro ci sono anche alcune fotografie vernacolari dalla collezione di Georges Boustany, un collezionista di Beirut incontrato per caso da Matar. La sua raccolta racconta il Libano prima e durante la guerra, con scatti che mostrano la vita quotidiana e il conflitto. Queste immagini arricchiscono Where Do I Go?, mettendo in dialogo il presente fotografico di Matar con un archivio che attraversa decenni.
Boustany ha scritto un saggio per il libro, insieme ad altri contributi, mentre le parole di Etel Adnan scandiscono il passaggio tra passato e presente, tra memoria e attualità.
La vita personale di Matar ha avuto un peso importante nella sua ricerca recente. Figlia di genitori palestinesi arrivati in Libano nel 1948, ha vissuto a lungo come libanese, seguendo il desiderio del padre di proteggerla dalle ferite del conflitto. La morte del padre nel 2023 e l’esplosione del conflitto a Gaza pochi mesi dopo hanno riacceso in lei il legame con la sua identità palestinese.
Da qui nasce Threads of Identity, progetto che indaga gli archivi familiari e racconta la terza generazione palestinese, alle prese con la propria identità in modo molto diverso dalla sua generazione. Un passaggio tra passato e presente che testimonia una nuova consapevolezza e una nuova narrazione, che Matar sta esplorando attraverso le sue immagini.
Where Do I Go? si inserisce così in un percorso visivo che restituisce voce a donne e luoghi spesso dimenticati, creando una narrazione complessa di rottura e rinascita che segue il filo della storia contemporanea del Libano e delle sue comunità.
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