«Il disegno è il mio primo amore», dice Francesco Clemente, e guardando quei tratti intensi, a volte esitanti, si capisce subito perché. Prima di conquistare il mondo con i suoi quadri esplosivi, tra Napoli, l’India e New York, Clemente ha vissuto un decennio cruciale fatto di segni e immagini che parlano di radici profonde e scambi culturali sorprendenti. Tra il 1975 e il 1985, anni in cui il suo talento si è forgiato senza fretta, ha intrecciato simboli e visioni nate da esperienze lontane eppure vicinissime nel cuore. Ora, al CAMeC di La Spezia, una mostra lo riporta a quegli anni, quando il suo percorso oscillava tra fotografia e disegno, prima che la pittura lo portasse alla ribalta internazionale.
Gli anni formativi: un decennio di disegni che aprono porte su mondi nascosti
Il periodo tra il 1975 e il 1985 rappresenta per Clemente un momento di ricerca intensa. Partito da Napoli, lascia alle spalle l’arte concettuale per immergersi nelle potenzialità del disegno, che diventa per lui il modo migliore per esprimere i suoi pensieri più profondi. Non si tratta di semplici schizzi, ma di vere opere che raccontano uno sguardo rivolto a mondi invisibili, a metà strada tra autobiografia, spiritualità e tradizioni popolari.
Per Clemente il disegno è quasi un rito, un gesto terapeutico che gli permette di esplorare un universo ricco di simboli. In questi lavori affiorano richiami al folclore napoletano, ma anche influenze del suo primo viaggio in India nel 1973. L’incontro con quella cultura, con i suoi miti e le tecniche artistiche, lascia un segno profondo nel suo immaginario.
La mostra al CAMeC raccoglie questi disegni, molti dei quali non esposti da decenni, e li mette in dialogo con fotografie, offrendo al visitatore un percorso inedito. Così emergono le radici di un linguaggio poetico che, pur riconoscibile, si è sempre aperto a nuove geografie e culture, senza mai perdere quel carattere personale e intimo.
Autoritratti e metamorfosi: il volto come specchio delle trasformazioni
Tra le opere in mostra, spiccano gli autoritratti realizzati da Clemente nei primi anni Ottanta. Non sono solo studi sull’identità, ma raccontano un vero e proprio viaggio nelle trasformazioni interiori e spirituali dell’artista.
Nei suoi autoritratti, Clemente rompe con la rappresentazione fotografica tradizionale per mostrare una persona in continuo mutamento, nei suoi stati d’animo e nei simboli che la compongono. Ogni volto è un processo di smontaggio e rimontaggio dell’immagine di sé, costruito su una grammatica nuova, ispirata a civiltà antiche e culture lontane.
Questi volti in trasformazione raccontano una tensione esistenziale che attraversa tutto quel decennio, mettendo in primo piano non solo l’apparenza, ma lo spirito che l’artista vuole trasmettere. L’autoritratto diventa così uno strumento per esplorare la soggettività, smontandola e ricostruendola attraverso simboli e miti.
Molte di queste opere provengono da collezioni private e istituzionali di rilievo, come la Collezione Maramotti e Intesa Sanpaolo, che le hanno custodite per anni lontano dal grande pubblico. Ora tornano finalmente alla luce.
La Spezia protagonista nel valorizzare l’arte contemporanea con CAMeC
La scelta di La Spezia come sede per “Francesco Clemente. Il primato del disegno. Opere 1975-1985” rientra in un progetto più ampio chiamato “Oltreconfine. Arte italiana 1968-1989”. Un percorso in tre tappe, sotto la guida di Arturo Galansino, che mira a scavare nei momenti cruciali dell’arte italiana contemporanea, mettendo in luce fasi di cambiamento e incontri tra culture diverse.
Il CAMeC, centro d’arte moderna e contemporanea, gioca un ruolo importante offrendo spazi dove la ricerca artistica si intreccia con il recupero di opere fondamentali, spesso dimenticate o poco viste. Questa mostra su Clemente vuole restituire visibilità a un capitolo fondamentale del suo lavoro, indispensabile per capire tutta la sua produzione successiva.
L’allestimento, curato da Francesco Guzzetti, propone una selezione attenta di disegni e dipinti che raccontano la crescita dell’artista, le sue sperimentazioni e le tappe più mature di quel decennio. Il pubblico si trova così davanti a un percorso che non parla solo di un singolo artista, ma di un’intera stagione artistica che ha rinnovato il linguaggio della pittura italiana e internazionale.
La presenza di opere provenienti da collezioni importanti dimostra anche la volontà di creare un dialogo tra istituzioni, collezionisti e pubblico, mettendo La Spezia al centro di una rete culturale in espansione. La mostra colma un vuoto e riporta al centro le radici profonde che hanno dato forma al lavoro di uno degli artisti più influenti dei nostri tempi.
