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Arabia Saudita conquista l’industria dei videogiochi: acquisizione da 55 miliardi di Electronic Arts svela la strategia globale

Il 4 agosto resterà una data chiave nella storia dei videogiochi. Electronic Arts, colosso americano noto in tutto il mondo, è stata acquisita da un consorzio guidato dal Public Investment Fund dell’Arabia Saudita, insieme a Silver Lake e al fondo di Jared Kushner, Affinity Partners. Cinquantacinque miliardi di dollari: una cifra che fa girare la testa, ma anche accende un acceso dibattito. Il nodo? I legami stretti con il principe Mohammed bin Salman e le ombre che si allungano sulla monarchia saudita. Quel lunedì ha segnato la fine di un lungo cammino e l’ingresso di Riad nell’élite dell’industria videoludica globale.

55 miliardi in gioco: cosa c’è dietro l’operazione

Questa acquisizione non è solo una questione di soldi. Quei 55 miliardi, di cui 20 presi in prestito, raccontano molto della strategia del PIF, il fondo sovrano saudita che in questi anni ha cambiato volto, puntando su settori innovativi come i videogiochi. Sotto la guida di Mohammed bin Salman, il fondo ha messo le mani su nomi importanti del gaming, da chi produce Grand Theft Auto a chi ha creato Pokémon Go, entrando così in un mercato in continua evoluzione.

Il prestito pesante mostra la determinazione del fondo a prendersi un ruolo da protagonista proprio mentre l’industria videoludica attraversa trasformazioni profonde. Ma non si tratta solo di espandersi: il PIF vuole anche influenzare direttamente le tendenze dell’intrattenimento digitale, nonostante l’onere di un debito significativo, accumulato anche con investimenti in sport e spettacolo.

L’espansione saudita nel mondo dei videogiochi

Negli ultimi anni l’Arabia Saudita ha accelerato gli investimenti nel gaming, spinta dal desiderio di Mohammed bin Salman di rinnovare l’immagine del paese e di costruire un’economia meno legata al petrolio. Il PIF non si limita a mettere soldi sul tavolo: ha creato Savvy Games Group, una divisione dedicata allo sviluppo interno.

La rete saudita è estesa: detiene quote di Take-Two Interactive, Capcom e persino Nintendo. Ha acquisito team di esports come ESL e FACEIT, e studi specializzati in giochi per mobile, come Scopely e Niantic . Anche la storica SNK, famosa per Metal Slug, è in gran parte controllata dalla Misk Foundation, legata al principe bin Salman.

Questo quadro mette in luce una forte influenza saudita su vari fronti del settore, dal design dei giochi agli esports, fino al mercato mobile, il più vivace del momento. È tutto parte del piano “Vision 2030”, che punta a offrire ai giovani sauditi nuove opportunità di lavoro e intrattenimento digitale, in un paese dove la maggioranza della popolazione è under 30 e le industrie creative cercano spazio.

Le critiche dall’interno del mondo videoludico

Le mosse saudite non sono passate inosservate e hanno scatenato reazioni dure da parte di giocatori, sviluppatori e gruppi per i diritti umani. L’accusa principale è di “gameswashing”: usare il mondo dei videogiochi per ripulire un’immagine internazionale segnata da repressioni e violazioni dei diritti.

Molti vedono in queste acquisizioni un modo per nascondere ombre come l’arresto di giornalisti e attivisti. A luglio, per esempio, la raccolta fondi Games Done Quick ha cancellato un evento sponsorizzato da SNK dopo le proteste. Anche Ubisoft si è trovata al centro delle polemiche per aver ambientato una sua espansione di Assassin’s Creed in Arabia Saudita, con reazioni contrastanti dentro l’azienda.

Questi fatti mostrano quanto l’investimento nel gaming sia ormai un tema che va oltre l’economia: coinvolge questioni etiche e culturali. La comunità chiede più trasparenza e responsabilità da parte dei grandi editori, soprattutto quando dietro ci sono regimi controversi.

Il futuro delle politiche inclusive di EA sotto il controllo saudita

Electronic Arts è sempre stata in prima linea nel sostenere l’inclusività, con titoli come Mass Effect, Dragon Age e The Sims che danno spazio alle comunità LGBTQIA+. Ma l’acquisizione fa temere che queste politiche possano cambiare, visto che in Arabia Saudita sono ancora in vigore leggi durissime contro l’omosessualità, con pene che possono arrivare fino alla morte, nonostante qualche apertura del governo.

Un caso simbolo è Dragon Age: The Veilguard, previsto per il 2024 e diretto da Corinne Busche, donna trans, un segnale importante per il settore. Ma ora c’è incertezza sul futuro di ambienti di lavoro inclusivi e contenuti rispettosi di queste minoranze. A preoccupare sono anche i possibili tagli al personale, legati al debito contratto per l’acquisizione.

Il settore è in un momento delicato, con molte aziende sotto pressione economica e una crisi generale nei ricavi. L’attenzione è tutta rivolta a vedere se EA riuscirà a mantenere i suoi valori e continuare a innovare senza compromessi imposti dai nuovi proprietari.

Gameswashing e geopolitica: un quadro più complesso

Le accuse di gameswashing, sportswashing e whitewashing mosse all’Arabia Saudita meritano però uno sguardo più attento. Come sottolineano approfondimenti usciti nel 2025 su testate come New Lines Magazine, l’Occidente tende a leggere queste mosse solo in base ai propri interessi, senza considerare le ragioni interne ai paesi coinvolti.

Nonostante i problemi sui diritti umani, l’Arabia Saudita vuole cambiare pelle e costruire un’industria dell’intrattenimento per una popolazione giovane, sempre più connessa. Con la fine dell’era petrolifera alle porte, puntare su settori innovativi è una scelta obbligata per mantenere un’economia sostenibile.

Dietro agli investimenti sauditi non ci sono solo strategie di immagine, ma anche una volontà concreta di crescita economica e culturale, simile a quella di molti altri paesi. È un fenomeno complesso, dove si intrecciano economia globale, politica internazionale e cultura digitale.

Redazione

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