Piazza San Cosimato era carica di tensione e emozione. Da un lato, Robert De Niro ha incantato il pubblico presentando la versione restaurata di Novecento – Atto I. Dall’altro, Valerio Carocci, presidente della Fondazione Piccolo America, ha rotto il silenzio con parole pesanti. Ha parlato di pressioni subite, di paure nuove, di un’impegno culturale messo a dura prova. Per la prima volta, ha ammesso di sentirsi davvero spaventato. Il suo appello, diretto e urgente, ha puntato il dito contro il Campidoglio e un’amministrazione che tace. Dietro tutto questo, una battaglia quotidiana: salvare gli spazi culturali di Roma da un’onda di speculazione edilizia sempre più minacciosa.
Dopo la presentazione del film di Bernardo Bertolucci, Carocci ha preso la parola con una voce carica di emozione. Ha fatto eco a De Niro, che aveva invitato i giovani a non restare indifferenti davanti alle ingiustizie. Roma attraversa un momento delicato, ha detto, e lui stesso prova paura di fronte alle pressioni politiche e sociali che si accumulano. Per Carocci, proteggere spazi come quelli del Piccolo America non è una questione burocratica, ma un principio fondamentale per la città. Un terreno su cui non si può tornare indietro.
Ha ricordato gli impegni presi dal sindaco Gualtieri durante la campagna elettorale e ha sottolineato la necessità di un confronto diretto e trasparente, finora mancato. “Vogliamo lavorare insieme, ma servono chiarezza e risposte su questioni poco chiare di cui la città deve sapere”, ha detto. Ha infine rivolto un appello alle forze dell’ordine, chiedendo protezione e sostegno di fronte alle minacce e intimidazioni che hanno raggiunto anche persone vicine al movimento culturale. Il silenzio dei media, secondo lui, ha aggravato la situazione, lasciando nel buio fatti di cui invece si deve parlare con urgenza.
Nel suo intervento, Carocci ha denunciato un episodio emblematico dello stato di controllo che si sarebbe creato intorno alla causa del Piccolo America. Alcuni sostenitori della fondazione, ha raccontato, avrebbero ricevuto pressioni dall’ufficio del sindaco per togliere i “mi piace” dalle pagine social del progetto. Questi messaggi, inviati anche ai giornali per portare alla luce la vicenda, sono però rimasti inascoltati dai principali organi d’informazione.
Carocci ha descritto questa situazione come una forma di censura preventiva, figlia di un’informazione romana sempre meno pluralista. Un tempo, ha ricordato, i giornali offrivano più punti di vista, permettendo di leggere la realtà da angolazioni diverse. Oggi, invece, prevale una narrazione uniforme, che evita temi scomodi. Questa mancanza di dibattito pubblico rappresenta, per lui, un serio rischio per la democrazia culturale della città.
Al centro della battaglia resta l’ex cinema Metropolitan di via del Corso. Un edificio storico coinvolto in un progetto di riconversione molto contestato: trasformarlo in un centro commerciale con una sala cinematografica di appena 99 posti, concessa al Comune per soli 120 giorni all’anno, non piace alle realtà culturali e sociali della città.
Carocci ha riassunto così lo scontro: “Se il Metropolitan diventa un centro commerciale, di non commerciale resterà solo l’asfalto”. La sua frase è stata vista come un attacco da alcuni esponenti del Pd e dalla neo assessora Valeria Baglio, ma lui ha respinto questa interpretazione, definendo il suo intervento un legittimo esercizio di critica, fondamentale in una società libera. La battaglia parte da lontano, dalle radici della Fondazione, nata proprio dall’occupazione dell’ex Cinema America per evitarne la demolizione.
Le piccole sale e gli spazi culturali aperti sono un patrimonio per Roma, come dimostrano le arene estive gratuite organizzate in questi anni. Luoghi d’incontro tra artisti, spettatori e protagonisti del cinema, che offrono occasioni preziose di partecipazione culturale. Per Carocci, ridurre tutto a un progetto commerciale significa svuotare questi spazi di valore sociale e culturale, trasformandoli in semplice merce.
Nel suo discorso, Carocci ha voluto chiarire anche il proprio ruolo, respingendo con decisione l’idea che dietro il suo impegno ci siano ambizioni politiche o opportunismi. Ha sottolineato che stare fuori dall’amministrazione gli dà la libertà di criticare e proporre cambiamenti, soprattutto quando l’amministrazione appare chiusa o ostile.
Ha raccontato di essersi trovato solo in un momento difficile, di fronte a una situazione minacciosa, ricordando la presenza dell’europarlamentare Massimiliano Smeriglio come unico interlocutore in quell’occasione. Ha ribadito la volontà di restare indipendente per continuare a difendere Roma dalle scelte urbanistiche che ritiene dannose.
Infine, la denuncia più pesante riguarda l’acquisto progressivo di immobili nel rione Trastevere da parte di persone legate a ambienti mafiosi. Una situazione che, per Carocci, mette a rischio non solo la cultura, ma anche la sicurezza stessa della città. Per questo ha rivolto un nuovo appello: le istituzioni e la società civile devono intervenire subito, con trasparenza e determinazione, per tutelare il bene comune.
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