Milano, 1913: nasce Giannina Censi, figlia d’arte, cresciuta tra le note di suo padre Carlo, compositore, e le melodie di sua madre Carla, cantante. A tredici anni, sotto la guida severa e innovativa di Angelina Gini alla Scala, la danza entra nella sua vita con forza, spingendola a superare ogni confine classico. Il suo corpo, agile e determinato, si prepara a diventare il veicolo di una modernità pronta a scuotere le tradizioni.
Poco tempo dopo, si fa notare sui palcoscenici tra spettacoli classici e contemporanei, conquistando teatri come il Licinum di Erba. La giovinezza di Giannina è un susseguirsi di coreografie audaci, esperimenti che sfidano il consueto. Nel 1929, a Como, porta in scena la Danza degli Spiriti delle Vette, su testi di Pietro Karr: un lavoro che già parla chiaro, segnando l’inizio di un percorso destinato a rivoluzionare la danza futurista.
Parigi: la scuola dei grandi e l’orizzonte che si apre
Nel 1930 Giannina parte per Parigi, città in fermento culturale. Qui incontra personalità come Josephine Baker e si dedica a studiare diverse tecniche: flamenco, danza indiana con Uday Shankar, classica con Lubov Erogova, insegnante di nomi come Serge Lifar e Maurice Béjart. Quegli anni segnano la nascita di una visione coreutica aperta, dove tradizione e innovazione si mescolano.
Tornata in Italia, intensifica la sua attività coreografica. Nel 1931 firma spettacoli al Castello Sforzesco di Milano, come Oppio e Grottesco meccanico, con musiche di Malipiero e Pick Mangiagalli. È l’inizio di una nuova stagione: quella della danza futurista, che si affianca a lavori più tradizionali in teatri regionali e nazionali. Le sue coreografie iniziano a farsi notare per rigore e audacia.
Marinetti e la danza futurista: una svolta decisiva
Il riconoscimento arriva con l’incontro con Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del Futurismo. Nel 1931 Censi partecipa a Simultanina, uno spettacolo futurista che scuote il pubblico con la sua carica provocatoria. Pochi mesi dopo è alla mostra di aeropittura e scenografia futurista a Milano, dove danza senza scarpe e senza musica, proponendo movimenti “antigraziosi”.
Con le “aereodanze” trasforma in gesto le opere pittoriche di Enrico Prampolini, indossando costumi disegnati dallo stesso artista. Il suo corpo è quello di un’atleta più che di una ballerina classica: muscoli tesi, energia palpabile, presenza scenica forte. È un’irruzione radicale nelle forme della danza, che la pone al centro della sperimentazione futurista degli anni Trenta.
Successi e versatilità: gli anni d’oro di Giannina Censi
Dal 1932 la sua carriera decolla. A Bologna dirige un gruppo numeroso di ragazze dell’Opera Nazionale Balilla per Alcesti di Romagnoli, guadagnandosi un posto tra le coreografe più richieste in Italia. Allo stesso tempo, si cimenta in ruoli diversi, come Pierrot nel Carillon magico al San Carlo di Napoli, dimostrando grande versatilità.
Nel 1934 danza nelle opere di Fortunato Depero, Il vento e Macchina monella, unendo musica d’avanguardia e movimento. In seguito entra nella compagnia di teatro leggero di Achille Maresca e Armando Fineschi, lavorando con star come Wanda Osiris. Quegli anni segnano un’intensa attività tra danza e teatro, con una presenza sempre più riconoscibile e apprezzata.
L’incidente che cambiò tutto: dalla scena all’insegnamento
Nel 1936 un grave incidente al menisco mette fine alla sua carriera da ballerina. Ma Giannina non si ferma: lascia la scena e si dedica all’insegnamento, aprendo scuole di danza in città come Sanremo, Genova, Milano e Voghera. Inizia così una nuova fase, in cui trasmettere la danza diventa la sua missione.
Negli anni Settanta, torna a guardare alla sua eredità futurista. Nel 1979 presenta il Programma di danze futuriste alla galleria Il Brandale di Savona e partecipa a una rassegna sulle donne dell’avanguardia italiana alla Columbia University di New York. Segnali chiari di un interesse rinnovato per il suo lavoro e il suo contributo culturale.
L’eredità di Giannina Censi: un segno indelebile nella danza italiana
Il patrimonio di Giannina Censi è conservato al Mart di Rovereto, uno dei musei d’arte contemporanea più importanti d’Italia. Il suo contributo viene riconosciuto anche nel mondo dell’arte contemporanea, con la sua partecipazione nel 2022 alla Biennale di Venezia, nella mostra Il latte dei sogni, curata da Cecilia Alemani.
Il suo lavoro resta un esempio di sperimentazione e innovazione nella danza del Novecento. Ha sfidato le regole delle accademie, proponendo un corpo in movimento che rispecchiava la velocità e l’energia del mondo moderno. Icona della danza futurista, la sua figura continua a essere studiata come un punto di svolta nella cultura performativa italiana.
