Nel cuore di Spoleto, le tele di Filippo Marignoli tornano a raccontare una storia viva, fatta di colori e movimenti incessanti. Nato a Perugia nel 1926, Marignoli ha attraversato il Novecento con uno sguardo sempre curioso, senza mai fermarsi. Dalla sua mano sono nati paesaggi carichi di energia, forme che sembrano sfidare il vuoto stesso. Tra la tradizione italiana del dopoguerra e le influenze americane, la sua arte si muove, si confronta, si rinnova. Un percorso che parte dalle vie di Perugia e arriva fino ai musei di New York, tracciando il ritratto di un artista in continua evoluzione.
Gli esordi e lo spirito del dopoguerra
Negli anni Cinquanta Marignoli si fa notare come uno dei Sei di Spoleto, un gruppo che comprendeva anche Giuseppe De Gregorio, Giannetto Orsini, Ugo Rambaldi, Piero Raspi e Bruno Toscano. In quegli anni, a Bologna, prende piede l’Ultimo Naturalismo di Francesco Arcangeli, una corrente legata all’Informale italiano, come sottolineava il critico Fabio Sargentini. Era un periodo di fermento, in cui gli artisti cercavano nuove strade dopo il rigore del post-cubismo.
Fin da subito Marignoli si distingue per uno stile personale e maturo. Nei suoi primi lavori, come “Paesaggio a Colleferretto” e “Natura morta con fiori secchi” del 1956, si avverte la volontà di andare oltre il cubismo ancora molto presente. L’influenza di Leoncillo, scultore e pittore suo contemporaneo, è evidente: un punto di riferimento per tanti artisti del centro Italia impegnati nella ricerca di nuovi linguaggi. Il gruppo dei Sei di Spoleto e altri artisti italiani puntavano così a dare nuova linfa all’arte del dopoguerra, con una sperimentazione fatta di “lampi di luce che emergono dal buio”, come ricordava Sargentini.
Negli anni successivi, con opere come “Naufragio” e la serie “Nubifragio” , la materia pittorica si fa più densa e vibrante. La tela si anima di vortici e movimenti tumultuosi, come a rappresentare la natura in subbuglio, un tema ricorrente per Marignoli. L’ispessimento del colore richiama ancora Leoncillo, mentre si inizia a intravedere un orientamento verticale che, negli anni Settanta, diventerà il segno distintivo dei suoi paesaggi stilizzati, vicini a una forma di astrazione quasi “dematerializzata”.
Dagli anni Sessanta: l’incontro con le avanguardie internazionali
Negli anni Sessanta Marignoli allarga i suoi orizzonti. La mostra di Spoleto, curata da Peter Benson Miller, mette in mostra 22 opere che raccontano questa fase di apertura e trasformazione. I lavori di questo periodo, soprattutto i “Senza titolo” realizzati a New York, mostrano chiaramente il confronto con l’Espressionismo Astratto americano.
Mark Tobey, Philip Guston e Jackson Pollock diventano punti di riferimento e confronto, segnando la volontà di Marignoli di guardare oltre i confini italiani. Quegli anni furono cruciali per l’arte contemporanea, con la nascita della Pop Art e del Nouveau Réalisme, movimenti che mettevano in discussione molte delle poetiche precedenti, incluso l’Informale. Anche in Italia gli artisti si trovarono a fare i conti con questi cambiamenti.
Secondo Fabio Sargentini, molti protagonisti “storici” dell’Informale faticarono ad accettare la nuova scena. Leoncillo, per esempio, rimase fedele al suo percorso, mentre i più giovani, Marignoli compreso, cercarono un linguaggio nuovo, spesso grazie alle esperienze fatte all’estero. Questo slancio portò a trasformazioni evidenti, tanto che il pittore sembrò quasi un artista diverso rispetto agli esordi.
Le tele di quegli anni rivelano un Marignoli “globalizzato”, consapevole e capace di mescolare suggestioni locali con stimoli internazionali. La sua pittura si fa più complessa, riflessiva e libera, seguendo il ritmo di una scena artistica in continua evoluzione.
“Homesick” e la maturità tra simbolismo e universalità
Tra le tante opere di Marignoli, “Homesick” del 1972 spicca per la sua forza simbolica e compositiva. Questo dipinto segna un momento di svolta, in cui l’artista riflette sulle sue esperienze e anticipa i suoi Paesaggi Verticali. Qui si mescolano riferimenti all’Espressionismo Astratto e al color-field americano con le tendenze italiane degli anni Sessanta, ricordando artisti come Schifano e Mambor.
La scena mostra una figura di spalle, con una giacca chiara a righe. L’uomo, malinconico, tiene in mano una lettera e fissa un paesaggio sfumato e lontano. Un’immagine che parla di solitudine e riflessione, una metafora della condizione di un artista diviso tra città e culture diverse.
Marignoli è stato un artista nomade: da Perugia a Spoleto, poi Roma, New York, Honolulu e Parigi. Ogni città ha lasciato un segno nel suo stile, offrendo nuove idee e spunti. La sua arte, pur radicata in Italia, non si è mai chiusa in confini nazionali, ma ha sempre dialogato con il mondo.
La mostra a Palazzo Collicola di Spoleto, prorogata fino a gennaio 2027, invita a immergersi in questo viaggio affascinante, per scoprire le trasformazioni di uno dei protagonisti più originali dell’arte italiana del Novecento e apprezzare un’eredità fatta di modernità, sperimentazione e contaminazione culturale.
