Il dolore può piombare all’improvviso, senza preavviso, e lasciare dietro di sé un’ombra pesante da portare. Giuseppe Mastromatteo, fotografo e artista nato a Busto Arsizio nel 1970, conosce bene questa realtà. Ma il suo sguardo non si ferma al personale: va oltre, toccando temi che riguardano tutti. Nel suo libro Euforia, pubblicato nel 2024 da Mimesis nella collana Sguardi e visioni, Mastromatteo esplora il fragile legame tra memoria, trauma e identità. Più di tutto, mostra come l’arte possa diventare un ponte per dare voce al dolore, trasformandolo in qualcosa di condiviso. Un percorso delicato, sospeso tra bisogno di esprimersi e libertà di creare, tra sofferenza e forma.
Dentro il dolore: il progetto fotografico di Mastromatteo
Euforia si struttura come una serie di “stanze tematiche”, ciascuna scandita da immagini che non si limitano a mostrare la realtà, ma la sospendono e la mettono in discussione. Al centro c’è la maschera, un simbolo ricorrente e carico di significati. Non è un ostacolo alla verità né un travestimento: per Mastromatteo la maschera è un mezzo di comunicazione, una superficie che permette di mediare tra il vissuto e la sua rappresentazione.
Qui la fotografia smette di essere solo documento. Diventa uno spazio dove i traumi e le memorie si incontrano, trovano una forma e una voce. L’artista evita sia di nascondere il dolore sia di cercare una facile redenzione: la rappresentazione serve a guardare l’oscurità senza esserne sopraffatti.
Da questa prospettiva, Mastromatteo ci guida a riflettere su come il trauma costruisca l’identità e su come la memoria possa essere abitata senza diventare una prigione. La fotografia diventa così un luogo di passaggio e trasformazione, dove il dolore non sparisce, ma assume un nuovo senso.
La maschera, simbolo tra esperienza e racconto
Al centro del progetto c’è una rilettura della maschera come “persona”, termine che deriva dal latino e indica il dispositivo teatrale che amplifica la voce. Mastromatteo ne riprende questa funzione: la maschera non cancella nulla, ma permette una comunicazione più intensa, mettendo a nudo ciò che spesso resta nascosto.
Le maschere di Euforia vivono in una zona di confine, dove si incrociano essere e apparire, memoria e racconto, segreto e testimonianza. Questo spazio “intermedio” consente una sorta di negoziazione con il tempo, come osserva Philp Prodger: qui si incontrano passato e presente, esperienza vissuta e possibilità di capire.
In questo ambito l’identità non è mai fissa, ma sempre in divenire. La maschera diventa un simbolo della complessità umana, che non si lascia ridurre a una sola storia, ma si apre alla molteplicità dei sentimenti.
Euforia oltre la felicità: guardare il dolore senza esserne travolti
Il titolo del libro non va preso alla lettera. Euforia qui non significa gioia superficiale o momentanea, ma un attimo fragile in cui si riesce a vedere il dolore senza esserne risucchiati. È un momento di sospensione che permette di prendere le distanze e cominciare a capirlo.
Mastromatteo parte da esperienze personali difficili – la malattia della sorella, le fratture nella famiglia, le ferite dell’infanzia – senza però trasformare il libro in un’autobiografia. Quelle vicende diventano il punto di partenza per una riflessione più ampia, inserita in una tradizione artistica importante. Artisti come Van Gogh, Munch, Frida Kahlo e Louise Bourgeois hanno dato forma al trauma senza nasconderlo o esagerarlo, ma lavorandolo come materia creativa.
Questa prospettiva sposta l’attenzione dall’idea di una felicità imposta alla realtà di una vita che accoglie la sofferenza senza esserne schiava. Euforia mostra come affrontare il dolore possa aprire a una nuova consapevolezza e a un diverso rapporto con la propria storia.
Dare forma al dolore: l’arte come strumento di comprensione
Dal dolore nasce la funzione centrale dell’arte secondo Mastromatteo. Non è una cura, non elimina la sofferenza, ma le dà una forma. Come ha scritto il filosofo György Lukács, l’arte “tratta forme e perviene a forme.” L’opera diventa un modo per mettere insieme ciò che nella vita appare frammentario, incompleto e confuso.
Nei suoi scatti di Euforia, ciò che era solo sofferenza si trasforma in occasione di comprensione. Ogni immagine costruisce un contenitore emotivo che rende accessibile un’esperienza altrimenti destinata a perdersi o a essere dimenticata.
In un’epoca in cui il dolore viene spesso allontanato dalla scena pubblica, questa proposta va controcorrente. Mastromatteo non vuole mostrare il dolore per metterlo in vetrina o addolcirlo, ma offrire uno spazio in cui le ferite possano essere attraversate e ridefinite, senza semplificazioni.
Memoria e trasformazione: l’arte contro la rimozione del negativo
Euforia si inserisce in un contesto più ampio. La società moderna ha progressivamente escluso la morte e il dolore dalle esperienze condivise, rendendo invisibili aspetti fondamentali della condizione umana. L’editto di Saint-Cloud del XIX secolo, che portò i cimiteri fuori dalle città, è un simbolo di questo processo di espulsione.
Mastromatteo segue una strada diversa, opponendosi a questa cancellazione del negativo. L’arte diventa un modo per attraversare senza negare ciò che fa male, offrendo un confronto con il trauma e la memoria che non è né fuga né prigionia.
Il libro dimostra come le immagini non siano solo tracce del passato, ma presenze vive che modellano il presente e rinnovano la nostra idea di sé. La memoria, resa “abitabile”, diventa un luogo dove la vita si può rileggere e capire.
Silenzio e sospensione: la fotografia come dialogo con l’assenza
Lo stile di Mastromatteo riflette questo equilibrio tra vicinanza e distanza, tra coinvolgimento emotivo e osservazione attenta. La sua estetica punta sull’assenza, sul silenzio e sulla separazione, sfruttando la fotografia nei suoi aspetti più meditativi.
La sospensione nelle sue immagini non è un vuoto da riempire, ma uno spazio da liberare, un invito a una riflessione calma e profonda. Roland Barthes definì la fotografia un paradosso: conserva ciò che è stato, ma ci ricorda che non tornerà. Le immagini di Mastromatteo non cercano la verità oggettiva, ma quella dell’esperienza umana.
Così, le fotografie non documentano semplicemente, ma trattengono ciò che altrimenti si perderebbe, costruendo contenitori emotivi per sensazioni complesse e sfuggenti.
Fermare il caos della vita: l’arte tra permanenza e movimento
L’intensità delle immagini di Mastromatteo richiama un momento del Pasticciaccio di Carlo Emilio Gadda, quando oggetti inanimati – ori e gioielli – sembrano sottrarsi al caos delle passioni, offrendo una perfezione che la vita non dà.
Nei suoi scatti, maschere, volti e oggetti fermano per un attimo il ritmo frenetico dell’esistenza, trasformando il dolore in immagine, in istante, in traccia che resta.
Questa funzione dell’arte – creare una pausa senza immobilità – è un contributo fondamentale per capire l’esperienza. L’arte mette la vita nel suo contesto più complesso, senza stravolgerla o ridurla.
In tempi di velocità e superficialità, il lavoro di Mastromatteo propone una strada nuova per costruire immagini collettive in cui il dolore non sparisce, ma diventa condivisibile e raccontabile.
