
«Chi non firma la dichiarazione antifascista, fuori dalla fiera». È questo il nuovo diktat che da mesi infiamma la scena culturale romana. Più libri più liberi, l’appuntamento che ogni dicembre celebra la piccola e media editoria, non è più solo un luogo di incontri e presentazioni. La richiesta – netta e senza compromessi – di una firma che certifica l’antifascismo come prerequisito per partecipare ha acceso un vero e proprio scontro. Non si tratta solo di editori in fibrillazione, ma di una battaglia che coinvolge la politica ai massimi livelli: persino Giorgia Meloni ha preso posizione, spingendo il dibattito ben oltre i confini della cultura. Di fronte a tutto questo, la domanda è evidente: dove finisce la libertà di pensiero e dove inizia il confine da non superare?
La fiera e la nuova regola antifascista: perché è nata
Più libri più liberi, giunta nel 2024 alla sua 25ª edizione, è uno degli eventi più importanti per l’editoria indipendente in Italia. Negli ultimi mesi, gli organizzatori hanno introdotto una novità: chi vuole esporre deve firmare una dichiarazione che confermi la propria opposizione al fascismo. Un requisito che serve a evitare la diffusione di idee contrarie ai principi fondamentali della democrazia.
L’iniziativa ha diviso: da una parte, gli organizzatori sostengono che questa misura sia necessaria per mantenere l’identità democratica e culturale della fiera, in linea con i valori della Costituzione italiana, che si basa sull’antifascismo. Dall’altra, non mancano le critiche che accusano la richiesta di essere una forma di censura, un limite troppo rigido alla libertà di espressione, capace di escludere voci anche diverse ma legali.
Il tutto avviene in un clima di crescente attenzione contro ogni tipo di estremismo politico e culturale, ma il modo in cui è stata applicata questa regola ha acceso un confronto che va oltre la fiera stessa. Si parla di identità culturale italiana e delle regole che devono governare la libertà di pensiero.
Meloni entra nel dibattito: “Una forma di censura”
La polemica è arrivata fino alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha duramente criticato la richiesta della dichiarazione antifascista. In un’intervista e in varie dichiarazioni, Meloni ha definito la misura una vera e propria “censura”, accusando gli organizzatori di chiedere un “patentino antifascista” per poter prendere parte a un evento culturale.
Il suo intervento ha fatto salire la temperatura del dibattito politico e mediatico, con schieramenti ben definiti. Secondo la premier, questa imposizione va contro la libertà di pensiero, un pilastro della democrazia. Inoltre, ha denunciato il rischio che una parte politica si arroghi il diritto di stabilire chi può esprimersi e chi no, trasformando la cultura in terreno di controllo ideologico.
Molti esponenti condividono questa lettura, vedendo nella firma un modo ingiustificato di escludere idee diverse, penalizzando così la pluralità che dovrebbe animare il confronto culturale. Dall’altro lato, chi appoggia la scelta degli organizzatori parla invece di una legittima difesa antifascista, necessaria per tutelare i diritti democratici e contrastare ideologie di chiaro stampo intollerante.
L’intervento di Meloni ha polarizzato il dibattito, trasformando una questione tecnica legata all’organizzazione di una fiera in un caso nazionale, che mette in discussione il ruolo della politica nella regolazione della cultura.
Gli editori tra dubbi e difficoltà: la partecipazione a rischio
La nuova regola ha creato non pochi problemi pratici nel mondo dell’editoria indipendente e emergente. Firmare la dichiarazione antifascista è un cambio di passo che molti editori, soprattutto i più piccoli, stanno valutando con attenzione. Per alcuni è un limite alla libertà intellettuale, per altri invece una misura necessaria.
C’è chi teme possibili ripercussioni sull’immagine o su come verrà percepito nel circuito culturale, mentre altri accettano la sfida, riconoscendo l’importanza di mettere dei paletti chiari contro l’estremismo.
Dal punto di vista organizzativo, la novità ha complicato la gestione delle iscrizioni e la comunicazione con gli espositori, che hanno chiesto chiarimenti e interventi. In un evento che tradizionalmente si presenta come luogo di confronto aperto e pluralista, questa decisione ha creato tensioni e divisioni tra gli editori.
Alcuni hanno espresso la volontà di trovare soluzioni alternative, per partecipare senza rinunciare alla propria autonomia culturale. Il dibattito resta aperto e sarà interessante vedere come evolverà nelle prossime edizioni, in bilico tra la tutela dei valori costituzionali e la libertà di espressione, due diritti che spesso si trovano a confronto nel mondo dell’editoria contemporanea.
