
Tra gli antichi tigli di Villa Medici, nel cuore pulsante di Roma, si accende una magia fatta di legno, micelio e sogni. Il Festival des Cabanes, giunto alla sua quinta edizione, trasforma i giardini in un laboratorio a cielo aperto, dove l’arte incontra l’architettura sostenibile. Qui, materiali di recupero si intrecciano a idee innovative, dando vita a microarchitetture leggere e poetiche, sospese tra gioco e natura. Fino a fine settembre, le installazioni invitano a un viaggio fatto di stupore e riflessione, un dialogo silenzioso tra passato e futuro, che si svela passo dopo passo tra statue antiche e foglie danzanti.
Il festival: un tuffo nel sogno dell’infanzia e nell’arte effimera
Sam Stourdzé, direttore di Villa Medici, racconta la “cabane” come il desiderio più semplice e universale dell’infanzia: “quella piccola casetta nascosta, fatta di fogli o rami, un rifugio intimo dove giocare e sognare.” È proprio da questa immagine che nasce il Festival des Cabanes, che trasforma i curati giardini in un laboratorio di microarchitetture temporanee. Le installazioni si inseriscono senza sconvolgere la storia o l’ambiente, rispettando natura e patrimonio dell’Accademia di Francia. La loro natura effimera è uno dei tratti distintivi: ogni opera esiste solo per un tempo limitato, per poi sparire senza lasciare traccia. Così diventano un dialogo vivo con lo spazio, leggere increspature in un luogo carico di memoria. L’apertura per metà anno dei giardini al pubblico, senza visite guidate, ha attirato oltre 42.000 visitatori, offrendo un’esperienza artistica insolita e libera.
Architettura circolare e riuso: la lezione di Roma nel lavoro di Alia Bengana
Alia Bengana, architetta ospite del festival, richiama un’antica pratica romana: il riuso continuo dei materiali edilizi. Le fondamenta di Villa Medici poggiano su una cisterna del IV secolo, simbolo di stratificazioni storiche e continuità. Per secoli, nel Medioevo, a Roma non si producevano mattoni nuovi, si riciclava quello che c’era, evitando sprechi. Bengana critica il modello edilizio moderno, che ha complicato questo semplice processo generando montagne di scarti. Nel suo lavoro spinge per un ritorno a un’architettura “semplice”, locale, che valorizzi l’artigianato, sia chiara e riparabile facilmente. Questo approccio si riflette nelle installazioni del festival, che cercano di tradurre l’economia circolare in pratica concreta e poetica.
Bento e il Duomo Invertito: materiali biodegradabili e simboli in equilibrio
Tra le installazioni più affascinanti di questa edizione c’è il Duomo Invertito, firmato dal collettivo belga Bento. La tradizionale cupola romana si capovolge in un gioco di leggerezza e proporzioni rovesciate. Strutture sottili in legno e manici di scopa sorreggono quasi invisibili l’installazione sospesa, che celebra l’aria e la trasparenza. Sopra si apre un oculus che richiama il Pantheon, ma al posto della pietra c’è un rivestimento vivo fatto di oltre 2.100 tegole di micelio, materiale biologico che cresce, cambia e si adatta. Questo intreccio tra funghi e legno, tra architettura tradizionale e natura, parla di cura dello spazio vissuto. I manici di scopa, apparentemente giocosi, rappresentano invece gli strumenti di manutenzione, i custodi che tengono in vita edifici e città, evocando il rapporto tra uomo, natura e ambiente urbano. La cupola diventa così una metafora di un’architettura che si nutre e si rigenera con materiali biodegradabili.
Il Quadrato dei Vestigi: memoria e sostenibilità nel cuore di Villa Medici
Villa Medici non è solo un luogo d’arte, ma un custode di storia che parla attraverso paesaggio e architettura. Il Duomo Invertito si trova nel Quadrato dei Vestigi, area ricca di memorie che risale ad antiche tombe romane. Qui, il ciclo biologico dei funghi si intreccia con quello storico, tra vita e decomposizione. L’installazione non è solo un colpo d’occhio, ma sarà anche il centro di eventi pubblici come la Nuit des Cabanes-Habiter Demain del 25 giugno 2026. In quell’occasione, il Duomo ospiterà una stazione radio pirata temporanea, fondendo suono e spazio architettonico. Un momento di socialità originale, pensato per amplificare riflessioni sulla “casa futura”, dove innovazione e sostenibilità convivono.
Tra travertino, tessuto e ceramica: la sperimentazione materica delle cabanes
Il Festival des Cabanes è un luogo dove convivono approcci molto diversi a spazio e materiali. Lo studio italo-francese Prìa e Velia presenta Aquifère, un’installazione imponente da 15 tonnellate in travertino di Tivoli e vasi di argilla. Questa microarchitettura sfrutta un principio naturale di evapotraspirazione, capace di abbassare la temperatura di due gradi, dimostrando come tecniche antiche possano combattere il caldo urbano. La Fondation Huttopia propone Creetopia, una tenda ispirata alle popolazioni indigene del Canada, tra nomadismo e tessuto. Lo studio Salazarsequeromedina firma la Cabane 7L, uno spazio raccolto per la lettura immerso nel verde. Infine, il padiglione Façade nasce dalla collaborazione tra studenti dell’ECAL di Losanna e l’azienda italiana Mutina, un dialogo internazionale attraverso la ceramica contemporanea. Queste proposte mostrano la varietà di linguaggi accolta dal festival, sempre con un occhio a soluzioni ecocompatibili e al rapporto con il luogo.
Upcycling e futuro: il festival come laboratorio di economia circolare
Ogni anno il Festival des Cabanes rinnova l’impegno per un ciclo creativo a basso impatto ambientale. Un esempio è Reassembled Views, progetto della NABA che riutilizza gli scarti delle passate edizioni. L’installazione si arricchisce di un totem esagonale con visori 3D per esplorare virtualmente le capanne del passato, una memoria digitale e viva. I materiali, poi, vengono recuperati dagli studenti per nuovi laboratori o trovano nuova vita fuori Roma. Oltre al valore formale, il festival è un luogo di scambio tra università, artigiani e artisti europei, alimentando una rete culturale dinamica. Sam Stourdzé, direttore di Villa Medici, spinge verso un’evoluzione ulteriore: “immaginare il paesaggio come una capanna vivente, dove la vegetazione diventa architettura.” L’obiettivo resta chiaro: unire la creatività contemporanea con la storia, senza fossilizzarla in un museo, ma mantenendo la leggerezza e l’effimero dei sogni d’infanzia.
