
In un angolo nascosto della Sicilia dell’Ottocento, una donna ha scritto la sua storia con la sola forza della volontà. Santina Cosetta ha tirato fuori dal cassetto polveroso di famiglia lettere, vecchi documenti e racconti ormai sbiaditi dal tempo. Ne è nato “Soltanto il giorno”, un romanzo che intreccia fatti veri e memoria, restituendo voce a una bisnonna coraggiosa e risoluta. Non una storia qualsiasi, ma quella di chi, partendo dal niente, ha saputo costruire un’identità e proteggere chi le stava vicino. Un viaggio che attraversa le generazioni e riporta a galla radici quasi dimenticate.
Scrivere per ritrovare se stessi e la propria storia
Santina Cosetta racconta quella doppia vita che ogni scrittore conosce: la realtà sotto gli occhi e un mondo fatto di ricordi e storie che si trasformano in pagine. Per lei, questa doppia esistenza ha preso forma inseguendo il mistero di un cognome che non le era mai sembrato davvero suo, ma che spuntava qua e là tra vecchi documenti, come un enigma da risolvere. Ha sempre avuto la sensazione di vivere in due mondi: uno concreto, l’altro fatto di racconti interiori che prendono forma in parole e immagini. Da qui è nata la passione per la scrittura e la voglia di fare ricerche genealogiche, che l’hanno portata a scoprire che quel cognome, fino ad allora solo una traccia sfuggente, apparteneva a una bambina abbandonata e trovata da una mammana, una levatrice popolare.
La storia di quella bisnonna, nascosta dietro un nome quasi rubato da un romanzo francese, ha preso corpo grazie a queste scoperte. Cosetta ha così potuto ricostruire un legame antico col proprio passato e ridare dignità a una donna rimasta nell’ombra per troppo tempo. Scrivere è diventato il modo per riprendere in mano un’identità perduta e per esplorare le radici di una famiglia che, senza quelle ricerche, sarebbe rimasta un mistero.
Ricostruire il passato pezzo dopo pezzo
Per costruire “Soltanto il giorno”, Santina Cosetta si è mossa con rigore tra archivi, atti notarili e registri parrocchiali, cercando di mettere a fuoco il contesto sociale e culturale della Sicilia di fine Ottocento. Erano anni duri, segnati da una quotidianità fatta di lotte silenziose per sopravvivere. Le donne come la bisnonna vivevano in un mondo complesso, dove il lavoro faticoso, le barriere sociali e le tradizioni popolari si intrecciavano in modo profondo.
Una figura chiave è stata quella della mammana: la levatrice che spesso aiutava nascite clandestine o fuori dai canoni ufficiali, e che ha avuto un ruolo decisivo nel battezzare e proteggere quella bambina senza nome, trovata e accolta. Cosetta ha scavato nelle condizioni del Mezzogiorno post-unitario, mettendo in luce le disuguaglianze sociali che rendevano ancora più difficile la vita di chi partiva da zero. Questi dettagli storici emergono nel romanzo con precisione, intrecciandosi con la narrazione e dando vita a un racconto che non si limita a evocare un’atmosfera, ma restituisce l’essenza di un’epoca.
In più, la passione per l’analisi dei documenti ha portato alla riscoperta di un cognome in famiglia che per l’autrice era un piccolo mistero. Quel nome, apparentemente preso da un personaggio letterario francese, è diventato un pezzo importante per definire un’identità, segnando il confine tra realtà e finzione ma sempre ancorato a fatti concreti.
Dare voce a donne rimaste nell’ombra
Il romanzo non è solo un omaggio a una donna, ma anche una riflessione sul ruolo delle donne nel passato. In Sicilia, alla fine dell’Ottocento, le donne erano spesso invisibili ai grandi libri di storia, protagoniste silenziose di una vita fatta di sacrifici e resistenza. Santina Cosetta restituisce alla bisnonna il posto che merita: una donna capace di trovare forza nella cura degli altri, in un’epoca in cui la solidarietà femminile era spesso l’unica rete di salvezza.
Questa riscoperta dimostra come la scrittura possa diventare uno strumento di riscatto e di memoria. L’autrice vuole ricordare chi, partendo da nulla, è riuscito a costruirsi un futuro, mantenendo vivi legami che la storia ufficiale tende a dimenticare. Seguendo le tracce della bisnonna, il racconto diventa anche un tributo alla maternità, al coraggio e al senso di appartenenza a una terra segnata da tradizione e lotte sociali.
Attraverso la storia della sua famiglia, il libro apre a riflessioni più ampie sul valore della memoria orale e delle radici, soprattutto in un periodo così complicato come quello post-unitario. Guardare la società e la famiglia con gli occhi di una donna abituata a non arrendersi rende il romanzo un documento prezioso per capire un mondo lontano, ma ancora vicino.
Milleluci: una collana per raccontare la memoria
“Soltanto il giorno” segna l’esordio di Santina Cosetta e inaugura Milleluci, la nuova collana di Giunti dedicata a racconti e saghe che nascono da storie vere o da vicende di famiglia. L’obiettivo è dare spazio a narrazioni che puntano sul recupero della memoria, offrendo al lettore non solo un romanzo, ma un’esperienza che fonde realtà e finzione con naturalezza.
La collana vuole raccontare l’Italia e le sue tante identità partendo da documenti, ricordi e testimonianze. Un progetto che fa riflettere su come il passato si trasformi in racconto e su quanto la letteratura possa tenere viva la relazione tra le generazioni. Nel caso di Santina Cosetta, questa sensibilità si accompagna a un lavoro di ricerca che dona solidità e credibilità alla scrittura.
Inserito in un più ampio panorama di narrazione storica, il libro propone una letteratura che non lascia nulla al caso, mettendo al centro la persona e le sue radici. Ogni identità, insomma, è fatta di storie da raccontare e custodire. Milleluci promette così di rispondere al bisogno di riscoprire la memoria con occhi nuovi, offrendo storie che sanno affascinare e far riflettere allo stesso tempo.
