
“32 metri quadrati di mare circa” di Pino Pascali, un capolavoro degli anni Sessanta, oggi è avvolto da muffa e polvere. Nella Sala Pascali della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, l’opera, simbolo dell’arte contemporanea italiana, versa in condizioni inquietanti. Il blu intenso, che doveva evocare la vastità e la poesia del mare, si sta sgretolando sotto l’attacco di piccoli insetti e dell’umidità. Quel mare, creato con cura e passione, sembra ormai un relitto dimenticato. Un luogo di grande valore culturale ospita un’opera che rischia di scomparire, vittima di un abbandono che stride con la sua importanza storica.
Un capolavoro in balia della trascuratezza alla GNAMC
Nella storica galleria romana, il lavoro di Pascali dovrebbe essere custodito come un tesoro del patrimonio artistico nazionale. Invece, quella che doveva essere un’installazione simbolo – un tappeto azzurro di circa 32 metri quadrati – oggi è invasa da muffa, polvere e insetti che volano indisturbati, come se fosse un magazzino abbandonato e non uno spazio espositivo dedicato a uno dei più grandi innovatori dell’arte italiana del Novecento. Questo stato di degrado non è solo una questione di conservazione: svilisce il senso stesso dell’opera, che si fonda su un’idea precisa e raffinata del mare come metafora. Ora quella visione è dilaniata da elementi estranei, nocivi, che ne compromettono il valore. La negligenza è inaccettabile, soprattutto se si considera il peso culturale e storico dell’opera, che meriterebbe una tutela immediata e scrupolosa.
Le immagini del “mare” ormai ricoperto di muffa sono la prova di un abbandono senza precedenti negli ultimi anni a Roma. La GNAMC si trova ora al centro di polemiche sulla gestione del patrimonio contemporaneo, con un’opera che sembra dimenticata e privata dell’attenzione che merita. È un esempio lampante di come l’incuria possa diventare un vero “delitto ontologico”, che danneggia non solo lo stato materiale dell’opera, ma anche il suo significato profondo.
L’equivoco tra incuria e interpretazione sbagliata
Paradossalmente, questa trascuratezza ha creato un fraintendimento tra i visitatori. Molti, ignari della natura originale di “32 metri quadrati di mare circa”, scambiano muffa e degrado per una scelta estetica voluta dall’artista. In un’epoca in cui la denuncia ambientale è spesso al centro dell’arte contemporanea, la sporcizia viene interpretata come un commento sull’inquinamento marino. Questo errore di lettura, nato dalla coincidenza tra la situazione reale e la poetica di Pascali, rischia di complicare ancora di più la comprensione e la gestione dell’opera.
Il malinteso diventa ancor più evidente se si pensa alle altre sperimentazioni di Pascali, come la serie “Muffe”, in cui l’artista esplorava consapevolmente il tema del decadimento e della materia organica. Ma la muffa che oggi invade l’installazione della GNAMC non è una sua scelta artistica. Non è un gioco ironico o una trasformazione voluta, ma un danno vero e proprio, che stravolge il messaggio e l’esperienza dell’opera.
Se Pascali fosse qui, forse sorriderebbe di questa ironia amara, vedendola come un incontro inatteso tra la sua poetica e il destino dell’opera. Ma questa leggerezza non può sostituire il rigore di un’istituzione chiamata a proteggere un patrimonio così prezioso.
La GNAMC chiamata a intervenire subito
Il museo ha il dovere di garantire condizioni di conservazione, pulizia e sicurezza per tutte le opere che custodisce. Nel caso di “32 metri quadrati di mare circa” emerge una grave falla nella gestione, che deve essere affrontata senza indugio. La presenza di muffa e materiali deteriorati segnala una mancanza di controllo ambientale che rischia non solo di distruggere fisicamente l’opera, ma anche di cancellarne la memoria culturale.
Serve un intervento professionale: bonifica degli ambienti, rimozione degli agenti dannosi e una pulizia accurata per riportare l’installazione allo stato originale. Solo un’attenzione costante può assicurare che la visione di Pascali continui a vivere senza interferenze esterne. Ignorare il problema significa mettere a rischio anche la credibilità di una delle principali istituzioni italiane per l’arte contemporanea.
La vicenda solleva poi un tema più ampio: le opere d’arte contemporanea sono spesso più fragili e difficili da mantenere rispetto ai capolavori storici. La GNAMC deve rivedere le sue strategie per la conservazione, evitando che episodi simili si ripetano. Non si tratta solo di salvaguardare oggetti, ma di proteggere un patrimonio culturale e una memoria collettiva insostituibili.
