Nel cuore del Sahara, un bambino cresceva circondato da uno spettacolo raro: uno stormo di struzzi che sembrava parte della sua famiglia. Hadara non è un personaggio di fantasia, ma un ragazzo vissuto davvero in quelle condizioni estreme. Sun, quindici anni, ascolta dal nonno una storia che all’inizio le suona come una favola, troppo incredibile per essere vera. Eppure, con il tempo, quella leggenda prende vita davanti ai suoi occhi. L’incontro con Kharouba, una figura chiave nel deserto, cambia tutto. Gilles de Maistre ha colto questa storia unica, trasformandola in un film che racconta la semplicità e la purezza di un mondo lontano, ma palpabile.
Sun cresce sospesa tra racconto e verità. Il nonno le narra di Hadara, il bambino struzzo, una creatura fuori dal comune, dimenticata dagli uomini e accolta da una famiglia di animali selvaggi. Quando Sun pubblica un libro su quella leggenda, scopre qualcosa di inaspettato: Hadara è davvero esistito. Così, insieme alla madre, parte per il Sahara, un territorio duro ma affascinante, alla ricerca di risposte. Nel deserto incontrano Kharouba, una ragazza del posto che conferma la storia e la arricchisce di particolari intensi, legando il racconto al nonno di Sun. Un viaggio che non è solo geografico, ma anche emotivo: da una favola a un’esperienza vissuta, concreta.
La forza di “Il figlio del deserto” sta nell’uso reale degli animali, soprattutto degli struzzi, veri protagonisti insieme a Hadara. Gilles de Maistre, già noto per film con animali veri come “Mia e il leone bianco” e “Il lupo e il leone”, rinuncia a effetti digitali per mostrare creature in carne e ossa, immerse nel loro habitat naturale. Questa scelta dà al film un senso di realtà palpabile e coinvolgente. Sorprende la naturalezza con cui gli struzzi, notoriamente difficili da domare, si lasciano riprendere. Nahel Tran, che interpreta Hadara, si cala nel ruolo con una spontaneità disarmante, in perfetta sintonia con gli animali e il deserto che li circonda.
Il film segue due linee narrative: da una parte la storia di Hadara, dall’altra il viaggio di Sun. È la vicenda di Hadara a catturare di più, grazie a un personaggio capace di suscitare empatia e fascino. La sua lotta per sopravvivere, il rapporto con la famiglia di struzzi, il legame col deserto restano impressi a lungo. Sun, invece, appare meno definita; il suo percorso è più lineare, serve soprattutto a tenere insieme il racconto di Hadara. La narrazione non si dilunga troppo su Sun, lasciando il vero cuore emotivo alla storia del bambino cresciuto tra gli animali. Questo sbilanciamento, però, non scalfisce l’impatto emotivo del film.
Il film si tinge di atmosfera fiabesca, soprattutto quando reale e immaginario si mescolano. Il deserto, spesso visto come un luogo ostile e desolato, emerge qui come un mondo pieno di magie nascoste: il vento che soffia sulle dune, le tempeste di sabbia, gli animali piccoli che si celano tra le rocce, la scarsità d’acqua. Questa ambientazione crea uno sfondo perfetto per una favola rivolta a tutta la famiglia, con un occhio particolare ai bambini, affascinati dai dialoghi immaginari tra le creature del deserto. Il film tiene l’attenzione alta con un mix di emozione e meraviglia, mostrando come Hadara e il Sahara si siano adattati l’uno all’altro, in un legame di sopravvivenza e rispetto, abbattendo il confine tra uomo e natura.
Gilles de Maistre conferma così il suo talento nel raccontare storie di convivenza tra uomini e animali senza ricorrere a trucchi digitali. “Il figlio del deserto” è un’avventura intensa, che, pur con qualche imperfezione nel racconto, riesce a conquistare e ispirare con un realismo coinvolgente e un messaggio profondo sul rapporto tra uomo, animali e un ambiente estremo.
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