
“Oltre 300 opere, 130 artisti, un unico filo rosso: il tragicomico.” Al MAXXI di Roma, questa è la sfida lanciata da “Tragicomica. Prospettive sull’arte italiana dal Secondo Novecento ad oggi”. Un tentativo ambizioso di raccontare l’arte contemporanea italiana attraverso un prisma insolito, dove il dramma si intreccia con la comicità. Gli spazi ampi e flessuosi disegnati da Zaha Hadid ospitano un caleidoscopio di linguaggi, da quelli visivi a quelli letterari, passando per cinema e architettura, tutti messi in dialogo dai curatori Andrea Bellini e Francesco Stocchi. Il risultato? Una mostra che vuole essere mappa alternativa, voce per artisti spesso ai margini, ma che fatica a trovare un’unità narrativa: il doppio sguardo tra le diverse interpretazioni emerge, senza mai risolversi del tutto.
Il MAXXI e la sfida di valorizzare l’arte contemporanea italiana
Dal 2000, il MAXXI ha costruito la sua identità soprattutto intorno all’architettura e alla fotografia, dedicando meno attenzione all’arte visiva italiana contemporanea. Nei 16 anni dalla sua apertura nella sede di Hadid, il museo ha ospitato eventi interessanti ma non sempre focalizzati sull’arte emergente nazionale. Nei primi anni si sono viste collettive come “Migrazioni e multiculturalità” e “Apocalittici e integrati” , oltre a mostre dedicate a nomi come Clemente, Marisaldi e Pistoletto. Tuttavia, senza un impegno costante verso questa scena, il MAXXI si è limitato a poche esposizioni per artisti già affermati, introducendo solo di recente un premio per i giovani. Senza una project room dedicata, fondamentale per accogliere e far crescere i nuovi talenti nel circuito istituzionale, il museo cerca ora di colmare questa lacuna con “Tragicomica”. La mostra è dunque un tentativo di allargare lo spettro delle voci artistiche, puntando a nuove chiavi di lettura sulla produzione italiana contemporanea.
Tragicomico, tra filosofia e interpretazioni diverse
La mostra nasce da una riflessione culturale profonda. Andrea Bellini si ispira al saggio di Giorgio Agamben, “Categorie italiane. Studi di poetica” , che individua nel tragicomico un tratto distintivo della cultura italiana, fatta più di ironia e rifiuto della tragedia classica. Questo spunto ha già ispirato progetti precedenti, come il Padiglione italiano alla Biennale di Venezia 2013. Bellini ammette che il progetto non vuole essere esaustivo: la selezione punta soprattutto su artisti che esprimono chiaramente questo mix di tragedia e comicità. Francesco Stocchi, invece, propone una lettura più aperta e inclusiva. Per lui il tragicomico è un “montaggio” di sensi che coinvolge personaggi noti e meno noti, oltre a concetti come antitragico e antieroico. La tensione tra riso e dolore non è una contraddizione ma un terreno da esplorare, un modo per raccontare la complessità del presente attraverso l’arte. Questa doppia chiave di lettura fa della mostra un crocevia di idee diverse, ma anche di possibilità interpretative molteplici.
Contrasti e incertezze nel rispetto del tema
L’impatto della mostra sul pubblico è segnato da alcune incongruenze e difficoltà di orientamento. La scelta curatoria, divisa tra Bellini e Stocchi, si traduce in una selezione variegata, dove non sempre è chiaro cosa renda un’opera davvero tragicomica. Alcuni artisti di peso come Pier Paolo Calzolari o Monica Bonvicini sembrano meno aderenti al tema, mentre figure storiche come Lara Favaretto o Vettor Pisani mancano senza spiegazioni. Il ventaglio degli autori spazia dall’arte concettuale e frammentaria a espressioni più narrative e ironiche. Questa convivenza di visioni diverse si riflette in un allestimento che a volte appare disordinato e sovraccarico, quasi a voler imporre un’unità che non sempre funziona. Si ha l’impressione di un quadro ipertrofico, dove ogni curatore ha puntato sulle opere in base al proprio punto di vista, creando un ibrido che rischia di confondere.
Opere e allestimento: tra eccellenze e caos visivo
La scelta delle opere si è concentrata non tanto a raccontare tutta la carriera degli artisti, quanto a rispondere ai criteri del tragico e del comico. Così si sono inseriti nomi meno noti ma importanti per cercare voci alternative, come Sarenco o Luigi Serafini, accanto a artisti più famosi. Il percorso si snoda in spazi articolati e complessi, che influenzano la fruizione. L’allestimento ricorda in certi momenti i “Salons” dell’Ottocento, con opere molto ravvicinate, creando una certa confusione visiva. Tra le installazioni, spiccano quelle di Monica Bonvicini, Elena Bellantoni e Maurizio Cattelan, capaci di catturare lo sguardo anche in un contesto caotico. Particolarmente significativa è la “Nona Ora” di Cattelan, spostata su una terrazza protetta, che suggerisce un modo originale di fruire l’opera. Manca però una guida chiara all’interno della mostra: i titoli delle opere non sono sempre indicati e le spiegazioni scarseggiano, lasciando il visitatore senza punti di riferimento. Questo aumenta la confusione e limita la comprensione, soprattutto per chi non ha accesso al catalogo o a materiali di approfondimento.
Confronti con altre mostre e il valore dell’ironia
L’anno scorso il Mambo di Bologna aveva ospitato “Facile ironia. L’ironia nell’arte italiana tra XX e XXI secolo”, una mostra con temi simili e con molti artisti in comune con “Tragicomica”. Il museo bolognese ha organizzato il percorso in sette sezioni tematiche, facilitando la lettura e il legame tra le opere. Roma, invece, propone accostamenti più liberi ma meno immediati, mettendo insieme maestri come Boetti o Schifano e artisti emergenti come Paola Pivi o Roberto Cuoghi senza un contesto esplicativo. Questa scelta ha creato un certo smarrimento nel pubblico, evidenziando l’importanza di una curatela che sappia accompagnare il visitatore sia visivamente che concettualmente. Nel complesso, entrambe le mostre mostrano l’interesse crescente delle istituzioni italiane verso l’ironia nell’arte contemporanea, forse legato anche a ricorrenze importanti e al bisogno di rinnovarsi.
Nuove generazioni e arte italiana: un equilibrio fragile
Negli ultimi anni la presenza degli artisti italiani sulle scene internazionali si è fatta più rara. Allo stesso tempo, le istituzioni nazionali sembrano puntare su mostre che mettono l’accento sull’ironia e sul tragicomico, relegando a volte la produzione contemporanea a forme più leggere o giocose. Il rischio è sottovalutare la complessità e la varietà dell’arte, soprattutto quella emergente. Alla Biennale di Venezia e in rassegne come Manifesta, la partecipazione italiana è quasi assente, segnale di una marginalizzazione sul palcoscenico globale. Per questo è importante che musei come il MAXXI e il Mambo scelgano di puntare sull’ironia per promuovere l’arte nazionale, ma resta da chiedersi se questa strada basti davvero a rappresentare il panorama attuale. Se le istituzioni non sostengono con forza le nuove generazioni, il rischio è perdere ulteriore spazio e visibilità nel mondo.
Le sfide di “Tragicomica” al MAXXI raccontano un dibattito vivo e aperto sul ruolo e sull’identità dell’arte italiana contemporanea. Tra ambizioni e difficoltà di impostazione, emerge la necessità di un confronto critico e di nuove strategie per rappresentare al meglio la ricchezza creativa del Paese, evitando semplificazioni tematiche strette o ibridazioni poco coerenti. Nel cuore di Roma, il museo prova a stimolare una riflessione sul contemporaneo, tra luci e ombre.
