
Inps, cattive notizie in arrivo (www.ilmaggiodeilibri.it)
Negli ultimi mesi, l’INPS ha suscitato un’ondata di preoccupazione a causa delle richieste di restituzione degli assegni percepiti in passato.
Questo scenario ha messo in allerta molte famiglie, soprattutto in un periodo particolarmente delicato come quello che precede il Natale, dove le spese per i regali e le festività sono già un pesante capitolo da affrontare.

La confusione e l’incertezza generate da tali richieste hanno portato i cittadini a interrogarsi sui criteri e le modalità di intervento dell’ente previdenziale. In questo articolo, esamineremo le ragioni di queste richieste, le implicazioni per i cittadini e le possibili azioni da intraprendere.
Le cause delle richieste di rimborso
Le richieste di rimborso da parte dell’INPS possono derivare da diverse situazioni, tutte regolamentate dalla normativa previdenziale italiana e spesso chiarificate da sentenze della Corte Costituzionale. Tra i principali motivi per cui l’ente previdenziale richiede la restituzione di somme già erogate vi sono:
- Indennità di Disoccupazione (NASpI) non dovuta: Se un lavoratore non soddisfa i requisiti richiesti per ricevere il sussidio, l’INPS può chiedere la restituzione. Questo può accadere, ad esempio, nel caso in cui si sia verificata una doppia erogazione per errori burocratici, oppure se il beneficiario ha ripreso a lavorare senza comunicarlo all’INPS.
- Doppia erogazione di indennità: Un altro caso frequente è quello in cui un cittadino percepisce due sussidi previdenziali nello stesso periodo, che non sono cumulabili.
- Vizi di dichiarazione: Gli errori o le omesse comunicazioni riguardanti il reddito o lo stato occupazionale possono anch’essi giustificare una richiesta di rimborso da parte dell’INPS.
La recente sentenza n. 90/2024 della Corte Costituzionale ha stabilito che ci sono situazioni in cui la richiesta di rimborso totale è considerata illegittima. Il principio di proporzionalità è fondamentale: se un lavoratore ha ricevuto l’indennità NASpI per un periodo in cui ha lavorato solo parzialmente, il rimborso dovrebbe riguardare soltanto i giorni di lavoro effettivo e non l’intero periodo di erogazione. Al contrario, il rimborso può essere totale in casi di:
- Mancata comunicazione di un nuovo impiego.
- Percezione indebita derivante da dichiarazioni false o non veritiere.
Queste distinzioni sono cruciali per comprendere la posizione del cittadino e le azioni che potrebbe int

Le conseguenze per un cittadino che non adempie alla richiesta di rimborso sono significative. L’INPS ha a disposizione diverse misure coercitive, tra cui:
- Iscrizione a ruolo della somma dovuta: L’ente può avviare azioni esecutive per recuperare il debito.
- Applicazione di sanzioni: Possono essere imposti interessi di mora e altre sanzioni per il ritardo nel pagamento.
- Pignoramento di beni: In casi estremi, l’INPS può procedere al pignoramento di beni personali per recuperare la somma dovuta.
È importante notare che il termine massimo per richiedere il rimborso è di cinque anni, trascorsi i quali la somma cade in prescrizione.
Cosa può fare il cittadino?
Di fronte a una richiesta di rimborso, i cittadini hanno a disposizione diverse opzioni per tutelarsi e gestire la situazione nel modo migliore possibile:
- Pagare il rimborso: Accettare la richiesta di rimborso è una delle opzioni. Il cittadino può decidere di pagare in un’unica soluzione o chiedere una rateizzazione della somma dovuta.
- Richiedere chiarimenti: Se la richiesta appare poco chiara o ingiustificata, è sempre consigliabile contattare l’INPS per ottenere maggiori informazioni e verificare la legittimità della richiesta.
- Presentare ricorso amministrativo: Qualora si ritenga che la richiesta di rimborso sia infondata o illegittima, il cittadino ha il diritto di presentare un ricorso amministrativo direttamente all’INPS, per richiedere la revisione del provvedimento.
- Ricorso legale: Se l’INPS respinge il ricorso amministrativo, il cittadino può rivalersi sulla giustizia ordinaria per ottenere una revisione del caso.
