Nel cuore della Puglia, tra gli anni Trenta e Settanta, una famiglia si aggrappa a tradizioni che sembrano resistere al tempo, mentre tutto intorno cambia. Nicola Lagioia, con “Santa Barbara”, ci immerge in un’Italia che lascia la miseria dietro di sé, ma non abbandona le sue paure antiche, le credenze popolari, e quel sottile confine tra fede e magia. Non è solo un racconto di vite contadine: è il ritratto di un territorio sospeso tra passato e modernità, dove Santa Barbara — più di un nome, più di una santa — diventa un simbolo vivido e inquieto, capace di tenere insieme le contraddizioni di un’epoca in movimento.
Tra la terra e la città: un borgo pugliese in bilico
Il romanzo parte da un piccolo paese nel Sud Italia, negli anni ’30, dove la vita scorre al ritmo lento della campagna. La famiglia al centro della storia vive di lavoro nei campi, in un mondo fatto di fatiche quotidiane, stagioni e tradizioni che sembrano non dover mai cambiare. Fuori dal borgo, poco o nulla sembra scalfire quell’equilibrio.
Ma con il passare degli anni, tutto comincia a muoversi. Il dopoguerra porta con sé la voglia di un benessere nuovo, lontano dalla fatica della terra e più vicino al consumismo e alle città in fermento. Santa Barbara diventa testimone silenziosa di un passaggio difficile, dove vecchie radici si scontrano con nuove ambizioni. In questa trasformazione, i protagonisti inseguono sogni che spesso si scontrano con un tempo che corre troppo in fretta.
Il racconto si muove tra la Grande Depressione, le guerre mondiali e la ricostruzione, ma non segue una cronologia rigida. Contadina e moderna si mescolano, creando un quadro complesso di un’Italia che cambia senza perdere del tutto le sue antiche tracce.
Santa Barbara: tra devozione popolare e mistero
Nel romanzo, Santa Barbara non è solo una santa da venerare, ma un simbolo carico di significati profondi. Il suo culto è parte di una religiosità popolare dove il sacro si mescola al quotidiano, dove miracoli e superstizioni convivono senza soluzione di continuità.
Santa Barbara, protettrice contro i fulmini e la morte improvvisa, assume nel racconto un ruolo ambivalente: può essere sia minaccia che salvezza. Qui il mistero è parte della vita, e la paura si intreccia con la speranza. È un mondo antico, radicato nelle tradizioni del Sud, dove la fede si esprime attraverso rituali che toccano il cuore delle comunità.
Nel corso della saga, la presenza della santa influenza le scelte dei personaggi e il loro modo di vedere il mondo. La dimensione mistica non è mai solo un dettaglio, ma un elemento concreto che accompagna ogni svolta della storia, mescolando mito e realtà, ragione e superstizione.
Un racconto che si muove nel tempo e nel linguaggio
Lagioia sceglie una narrazione che non procede in linea retta, ma si frammenta, si allunga e si accorcia, saltando da un’epoca all’altra. Questo modo di raccontare rende bene il senso di disorientamento e trasformazione che attraversa non solo la famiglia protagonista, ma l’intera Italia.
Anche il linguaggio segue questa evoluzione. Rispetto ai suoi lavori precedenti come “La ferocia” o “La città dei vivi”, qui la scrittura cambia ritmo, si fa più varia, si adatta alle atmosfere evocate: dalla durezza degli anni difficili all’entusiasmo degli anni di crescita, fino a momenti di calma carica di tensione.
Questa elasticità permette a Lagioia di restituire la complessità di un territorio e di una società sospesa tra passato e futuro. Il romanzo diventa così non solo una storia familiare, ma anche un documento che racconta la memoria storica e culturale di un’Italia fatta di luci e ombre, di riti antichi e cambiamenti repentini.
Con questo approccio originale, Lagioia conferma il suo ruolo tra gli scrittori più interessanti della scena italiana contemporanea. La cura per i dettagli storici e culturali costruisce un romanzo intenso, capace di trasportare chi legge in un viaggio tra passato e presente, tra terra e cielo della Puglia di ieri e di oggi.
