«Ricordo» è la parola che risuona entrando nella Pinacoteca Agnelli di Torino, dove oltre settanta opere di Alberto Savinio si dispiegano in un racconto unico. Nato ad Atene nel 1891 come Andrea Francesco Alberto de Chirico, fratello di Giorgio, ha scelto una strada tutta sua, lontano dall’ombra ingombrante di un cognome celebre. La mostra Souvenir mette in luce la sua ossessione per la memoria, intrecciata a miti e narrazioni personali. Tra pittura, musica, letteratura e scenografia, Savinio emerge come un artista eclettico, capace di attraversare linguaggi diversi con un’urgenza creativa rara. Fino al 2027, Torino invita a scoprire un intellettuale fuori dal comune, la cui opera resta un viaggio nelle pieghe più intime dell’immaginazione.
Un artista a tutto tondo: Savinio tra musica, scrittura e pittura
La mostra, curata da Sarah Cosulich e Pietro Rigolo, non segue un filo cronologico preciso, ma si struttura attorno a temi e soggetti chiave. Savinio non è solo un pittore, ma un artista poliedrico che ha iniziato la sua carriera nella musica – a quindici anni la casa discografica Ricordi pubblicò un suo brano – per poi dedicarsi alla pittura intorno ai trentacinque anni. Ha scritto e lavorato in scenografia fino agli ultimi giorni, poco prima della prima dell’opera Armida al Maggio Musicale Fiorentino nel 1952. Quell’anno Palma Bucarelli gli dedicò una retrospettiva alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, a sottolineare il suo ruolo nel panorama artistico italiano.
Sono esposte opere provenienti da collezioni private e musei internazionali, che coprono due fasi fondamentali della sua produzione: il periodo tra il 1926 e il 1933, da quando tornò in Italia da Parigi, e gli anni dopo la Seconda guerra mondiale. Tornano spesso temi come la famiglia, l’infanzia intesa come tempo perduto, il mito, la classicità, ma anche il manichino e il senso del mostruoso. Tutti elementi che raccontano un artista capace di dialogare con le avanguardie europee senza mai perdere la propria distanza critica.
Tra mito e sperimentazione: la pittura di Savinio
L’arte di Savinio non si lascia incasellare facilmente. Al centro della sua ricerca c’è una tensione costante tra passato mitico e presente, tra tradizione classica e sperimentazione. Le opere in mostra non seguono un ordine cronologico rigido, ma si intrecciano attorno a immagini ricorrenti: il manichino in Le tendre quatuor del 1928, il mostruoso in Bataille de Centaures del 1930, le figure femminili in attesa, e il tema dell’isola come luogo simbolico.
Savinio usa il colore con forza, in uno stile intenso che a tratti ricorda affreschi murali. Alterna olio e tempera, questa ultima considerata da lui una tecnica “rinascimentale”, quasi un orgoglio nazionale. Ma non si limita alla pittura: il disegno per lui è un mezzo autonomo, non solo studio preliminare, spesso destinato alla pubblicazione e alla diffusione delle sue idee. Di particolare interesse sono i suoi “collage dipinti”, dove garze, merletti, disegni e fotografie si mescolano in composizioni che anticipano certi linguaggi postmoderni.
Tra viaggi e ricordi: il mito come memoria personale
Viaggiatore instancabile, Savinio ha spostato i suoi passi tra Atene, Roma, Germania e Parigi, alimentando così un immaginario ricco e variegato. Le sue radici greche sono fondamentali nella sua idea di classicità, sempre filtrata da una profonda riflessione sulla memoria e sull’identità. Nelle sue opere tornano spesso i temi della famiglia e dell’infanzia, intesi come un paradiso perduto, mescolando ricordi personali e rimandi mitologici.
La mostra mette in primo piano il valore del ricordo attraverso ritratti familiari e oggetti come giocattoli e manichini, che evocano un passato tanto affettuoso quanto segnato dal lutto, come quello per la sorella Adelaide e il padre. Il mito è presente con figure come il pellicano, simbolo del sacrificio materno, o Niobe, in un racconto dove la maternità e le metafore animali si intrecciano per riflettere sul rapporto tra uomo e natura.
Savinio si distanzia nettamente dalla psicoanalisi surrealista: pur frequentando ambienti parigini come quelli di Cocteau, Apollinaire e Breton, rifiuta l’idea di esplorare l’inconscio tramite il sogno. Per lui conta molto di più la memoria e le immagini archetipiche. Il mondo diventa allora un teatro, una replica di una replica, dove l’arte deve rigenerare, non solo rappresentare.
L’ultimo Savinio: paesaggi sospesi e riflessioni sull’identità
Negli ultimi anni Savinio si sposta verso toni più scuri e atmosfere oniriche. I suoi paesaggi diventano spazi ambigui, popolati da figure sospese tra realtà e sogno, come si vede in Il monumento alla musica del 1951 e nel suo ultimo lavoro Bal de Têtes del 1952. Qui emerge una creatività capace di raccontare drammi interiori e complessità esistenziali, con un uso del colore e della forma che amplifica il loro impatto.
La mostra vuole anche offrire una lettura attuale del suo lavoro, mettendo in luce la riflessione sull’identità fluida, sul corpo e sul rapporto tra uomo e natura. Savinio va oltre le categorie tradizionali, anticipando temi che oggi si ritrovano nel discorso sulla queerness, sull’ibridazione dei generi e sull’abbattimento dell’antropocentrismo. Con il concetto di “fantoccio” affronta la corporeità come immagine complessa e ambivalente, fatta di simboli, maschere e ruoli.
Un artista che ha saputo osservare la realtà da angolazioni insolite, costruendo un linguaggio capace di collegare passato e futuro. La mostra torinese, ricca di spunti e approcci diversi, si conferma un’occasione preziosa per ripensare il senso e l’evoluzione dell’arte del Novecento.
