Un’immagine che sfuma, un ricordo che torna a galla senza preavviso. C’è qualcosa che resta, anche quando non sai esattamente cosa. “La Scia”, la prima mostra personale di Gaia De Megni alla galleria Société Interludio di Cambiano, gioca proprio su questo confine sottile tra presenza e assenza. A pochi chilometri da Torino, l’artista – nata nel 1993 – prende elementi familiari e li scompone, trascinando lo spettatore in un percorso dove la memoria si intreccia a un’esperienza sensoriale potente. Qui, la luce non è solo luce: diventa materia, spazio, un’architettura invisibile che ci sfida a guardare oltre l’apparenza.
Luce accecante e buio totale: un percorso che cattura i sensi
Appena entri in galleria, ti trovi davanti a un faro che lancia una luce fortissima, quasi invadente. Per un attimo, quella luce sembra cancellare tutto, nascondendo forme e contorni. È necessario aspettare che gli occhi si abituino a quell’abbagliamento: solo allora emergono le figure dietro quel fascio luminoso. Le finestre sono oscurate con pellicole nere, per spegnere ogni luce esterna e amplificare il potere di quella artificiale. Il confronto con il lavoro di Anthony McCall, famoso per i suoi “solid light works” dove la luce sembra quasi solida, aiuta a capire da dove nasce questa ricerca, anche se De Megni segue una strada tutta sua.
Il fascio di luce in “La Scia” non è solo un gioco di immagini proiettate: è una presenza fisica che ti investe. Non guardi un’immagine, ma senti la luce che si fa protagonista. È come trovarsi dall’altra parte della macchina da presa, dove la luce non costruisce l’immagine, ma è lei stessa a occupare lo spazio. L’immagine sparisce, ma la luce lascia una traccia, una vibrazione nello spazio vuoto dove prima c’era una storia.
Tre grandi teli di seta: memoria e immagini sospese
Superata questa prima stanza, la galleria si apre su un’installazione con tre grandi teli di seta. Su ciascuno, un’immagine isolata tratta da “Stage Fright” di Alfred Hitchcock. De Megni taglia la pellicola, estraendo tre fotogrammi che diventano figure separate, fluttuanti nello spazio della galleria. La seta si fa schermo trasparente, l’immagine resta ferma in un attimo congelato, senza il movimento e la fluidità del cinema.
Passare dal film alla stoffa crea un cortocircuito: la narrazione si trasforma in simbolo statico, sospeso nel tempo. Vincenzo Estremo, curatore della mostra, parla di “una costruzione geografica fatta di luce… che trasforma la galleria in uno spazio cinematografico senza immagini”. Così la memoria delle immagini si riaccende proprio perché manca la rappresentazione tradizionale, lasciando emergere la traccia fisica e mentale dell’esperienza audiovisiva.
Il corpo, la voce e l’eredità del cinema: tra performance e immagine
Il richiamo al film di Hitchcock rimanda a un lavoro precedente di De Megni, la performance “Sunday Best” al Lazzaretto di Milano. Lì, la fisicità dell’artista si confrontava simbolicamente con un fascio di luce, mentre la voce pronunciava battute tratte da “Stage Fright”, creando una tensione insolita tra ciò che si vedeva e ciò che si ascoltava. La luce, il rapporto con il corpo e il cinema tornano a Cambiano, ma trasformati dalla materia e dallo spazio.
Tra gli oggetti in mostra c’è anche un paradenti, residuo di quella performance milanese, riprodotto con una stampa olografica. La sua immagine si proietta sul cemento della galleria per qualche ora, poi svanisce del tutto. Quel gesto di lasciare un’impronta che scompare richiama il tema centrale della mostra: la traccia effimera, un residuo che sopravvive al passaggio del corpo, della luce e dell’arte.
Memoria condivisa e scia di immagini: le riflessioni di Vincenzo Estremo
Nel testo critico che accompagna il progetto, Vincenzo Estremo intreccia il cinema con un ricordo legato alla televisione italiana di un tempo. Una donna ricorda come, quando iniziava uno sceneggiato con Gino Cervi, si spegnessero le luci in casa, trasformando gli ambienti in una piccola sala cinematografica. Quel silenzio, quell’attenzione collettiva erano un rito, un’esperienza capace di sospendere il quotidiano e preparare il corpo a ricevere le immagini.
Estremo cita anche una famosa frase attribuita a Luigi Tenco: “La nave ha già lasciato il porto. E dalla riva sembra un punto lontano…”. L’immagine della nave in lontananza diventa una metafora potente per la mostra. Le immagini, come quella nave, si allontanano, diventano sempre più difficili da afferrare. Eppure, la scia che lasciano si sente ancora, come una memoria che resiste al tempo e ai cambiamenti.
Il lavoro di Gaia De Megni pone una domanda chiara: cosa resta, e come, dell’esperienza visiva e sensoriale legata al cinema e alla memoria collettiva? “La Scia” mette in scena questo rito sospeso, che intreccia architettura, luce, corpo e storia delle immagini, in attesa che qualcosa riemerga da quella traccia luminosa lasciata dal passato.
“La Scia” di Gaia De Megni sarà aperta fino al 18 ottobre 2026 presso Société Interludio, in via Torino 3 a Cambiano .
