A pochi chilometri a nord di Roma, lungo la costa della Maremma laziale, si muovono pale e sonar. A Vulci, il porto etrusco di Regisvilla torna a parlare dopo secoli di silenzio. Gli archeologi, con i Carabinieri subacquei e la Soprintendenza al fianco, stanno esplorando un tratto di mare ricco di storia. Qui, tra il VII e il V secolo a.C., sorgeva uno degli scali più vitali del Mediterraneo antico, un crocevia di commerci e culture. Oggi, le prime scoperte stanno emergendo dai fondali, pronte a riscrivere pagine dimenticate.
Vulci, la città etrusca che dominava la Maremma laziale
Fondata dagli Etruschi su un’altura tufacea vicino al fiume Fiora, Vulci è stata una delle città più importanti dell’Italia antica. Si estendeva su un vasto territorio e deteneva un ruolo centrale nella politica e nel commercio della regione. Conquistata dai Romani nel 280 a.C., mantenne una sua vitalità fino all’Alto Medioevo, quando iniziò lentamente a svuotarsi. Oggi, quel territorio rientra nel Comune di Montalto di Castro e conserva testimonianze archeologiche fondamentali per capire la storia etrusca e romana.
Il Parco Archeologico e Naturalistico di Vulci, istituito nel 1999, tutela un patrimonio diffuso tra necropoli, resti urbani e un paesaggio naturale quasi intatto. Le prime campagne di scavo, risalenti all’Ottocento, hanno portato alla luce materiali straordinari, anche se all’epoca le tecniche erano meno attente rispetto a oggi. Da allora, gli interventi si sono fatti più sistematici, creando un percorso tra natura e archeologia, proprio nell’area dove ora si concentrano gli archeologi e i subacquei.
Regisvilla, il porto fluviale e marittimo che univa il Mediterraneo
Regisvilla non era un porto qualunque. Le fonti antiche, come Strabone, raccontano che il nome derivava da Maleos, re dei Pelasgi che dominava quelle terre prima di spostarsi ad Atene. Tra il VII e il V secolo a.C., Regisvilla era il nodo centrale dei traffici di Vulci. Qui c’erano moli, darsene, magazzini e templi dedicati alle divinità protettrici di commercianti e viaggiatori.
L’importanza economica era enorme: dal porto passavano metalli, vasellame, grano e altri prodotti dell’entroterra, destinati a mercati lontani. Le rotte lo collegavano a Egizi, Cartaginesi e Greci di Corinto. Da qui partirono le ceramiche attiche, che si diffusero in tutta l’Etruria e oltre, a testimonianza degli intensi scambi culturali e commerciali. Gli scavi attuali vogliono ricostruire nei dettagli come funzionava questo porto e come poteva accogliere navi di diverse dimensioni provenienti da tutto il Mediterraneo.
La nuova campagna di scavi: tra terra e mare per riportare alla luce un quartiere portuale
Fino a oggi, su Regisvilla si erano fatte solo indagini preliminari, pur essendo il sito vincolato dal 1985. Ma dal 7 settembre 2024 è partita una campagna sistematica senza precedenti. Il progetto è guidato dal Parco di Vulci, con il coinvolgimento di università italiane e straniere e del Nucleo Carabinieri subacquei di Roma. Si lavora su un’area di circa 20 ettari, tra costa e mare, già studiata con rilievi geofisici.
L’obiettivo è ricostruire le strutture portuali: banchine, magazzini, luoghi di culto, ma anche definire il piano urbanistico dello scalo. Si stima che al suo apice Regisvilla si estendesse su circa dieci ettari, con quartieri abitati, zone pubbliche e infrastrutture tipiche di una città portuale. La collaborazione internazionale, da Roma a Londra e Magonza, conferma l’importanza di questa ricerca.
La campagna durerà almeno tutto settembre, ma gli esperti prevedono uno studio pluriennale per approfondire l’area. I primi ritrovamenti saranno integrati nel percorso del Parco di Vulci, offrendo ai visitatori un’esperienza immersiva che comprenderà anche strumenti digitali e interattivi, per valorizzare il patrimonio sommerso e terrestre di Regisvilla e Vulci.
