Nel 2019, tra gli archivi polverosi di Pixelache, associazione finlandese dedicata alla media art, Egle Oddo ha fatto una scoperta che l’ha spinta a scuotere le fondamenta di un sistema chiuso. Artista italiana trapiantata a Helsinki, Oddo si è trovata davanti a una realtà dominata da pochi nomi ripetuti all’infinito, come se il circuito della media art in Finlandia vivesse in un loop autoreferenziale. Quel che è emerso è un meccanismo che soffoca la varietà e la creatività, bloccando le nuove voci e le contaminazioni culturali. Da questa constatazione è nato Another Story, un progetto che vuole rompere il silenzio di questa rete ristretta, esplorando nuovi metodi curatoriali e mettendo in dialogo archivi lontani, sparsi per il mondo. Oddo non si limita a denunciare: costruisce un ponte verso un futuro più aperto e inclusivo.
Pixelache e il vizio della ripetizione nei circuiti artistici
Pixelache Helsinki è un’associazione culturale nata agli inizi degli anni 2000, dedicata alla media art in modo sperimentale e interdisciplinare. Organizza festival, progetti di ricerca e fa parte di una rete internazionale che comprende realtà come Access Space nel Regno Unito, Mal au Pixel a Parigi, Piksel in Norvegia, e altre ancora, andando ben oltre i confini finlandesi. Il nome “Pixelache” deriva da “pikseliähky”, termine finlandese degli anni ’90 che indica la sensazione di saturazione dovuta all’esposizione continua ai contenuti digitali. Questa idea sintetizza bene la missione dell’associazione: riflettere sull’impatto della tecnologia nella società e sulle insidie di un consumo passivo e ripetitivo dei media.
Nel lavoro di Oddo con Pixelache, l’attenzione si è spostata sugli archivi digitali della media art, in particolare su come vengono scelti e promossi gli artisti. Nonostante il materiale raccolto in oltre vent’anni sia vasto, emerge un problema evidente: pochi nomi ricorrono sempre nelle mostre, nei festival e nelle pubblicazioni, creando un circuito chiuso che non solo limita la visibilità di nuovi talenti, ma rende anche monotona l’immagine della media art in Finlandia.
Another Story: per una narrazione plurale e globale
Partendo da queste riflessioni, nel 2019 Egle Oddo ha messo in piedi Another Story, un progetto di ricerca artistica e curatoriale che vuole mettere in dialogo archivi diversi, valorizzando approcci differenti alla media art. Il titolo gioca con un doppio senso in italiano: “un altro racconto” o “un’altra cosa”, riprendendo anche un’espressione inglese che indica un cambio di prospettiva.
Oddo ha coinvolto tre curatori con esperienze diverse: Kisito Assangni, Basak Senova e Kari Yli-Annala. Il progetto ha ottenuto il sostegno della Fondazione Kone e di istituzioni culturali internazionali, tra cui l’Ambasciata italiana a Helsinki, l’Istituto Italiano di Cultura, l’Ambasciata della Tunisia, l’Istituto Francese, il Ministero della Cultura finlandese e la città di Helsinki. Un segnale forte dell’interesse trasversale e dell’importanza culturale di questa iniziativa.
A settembre 2023, la prima fase pubblica curata da Kisito Assangni ha visto la luce al Museo della Tecnologia di Helsinki e al Museo EMMA con “Who Goes Hunting Does Not Cough”, una serie di performance e proiezioni dal vivo. Le opere di questo programma sono già previste in tournée negli Stati Uniti, in Francia e in Svezia, ampliando così la portata e l’impatto del progetto.
Archivi digitali e fragilità del patrimonio culturale
Il lavoro di Oddo sugli archivi di media art mette a nudo le difficoltà tecniche e sociali di gestire questo tipo di patrimonio. Consultare e mettere in relazione archivi pubblici, privati e artistici, spesso mal organizzati o obsoleti, fa emergere quanto sia difficile mantenere viva la memoria culturale digitale. Passare continuamente da tabelle Excel a file multimediali, in un mondo tecnologico in continuo cambiamento, mette a rischio la conservazione di un patrimonio prezioso.
Ma c’è anche un aspetto sociale: la ripetizione degli stessi nomi negli ambienti istituzionali finlandesi crea una sorta di chiusura, che limita la varietà e mette in crisi l’innovazione. Oddo parla di un “doomscrolling” curatoriale, una tendenza a ripetere modelli già noti. Another Story nasce proprio per rompere questo circolo vizioso, aprendo a una maggiore diversità e a nuove prospettive.
Artista e curatrice: un ruolo che si intreccia
Egle Oddo si definisce prima di tutto artista, che lavora su progetti di ricerca a lungo termine, una pratica chiamata “project art”. In questo ambito, la distinzione tra artista e curatore perde senso: conta chi guida e sviluppa un progetto complesso, indipendentemente dal titolo. Oddo sottolinea come la sua formazione artistica le permetta di seguire tutto il percorso, dall’ideazione alla realizzazione, fino alla gestione.
Per questo è attiva non solo con Another Story, ma anche in organizzazioni e collettivi culturali a Helsinki, come la galleria Myymälä2 e la residenza Villa Eläintarha. La sua forza sta nella capacità di gestire e nel desiderio di collaborare con altri artisti e curatori, dando vita a sinergie stimolanti e trasversali.
Nel progetto ha scelto Kisito Assangni, Basak Senova e Kari Yli-Annala proprio per il loro approccio appassionato e rispettoso verso le opere e gli artisti, e per la varietà di metodi curatoriali che portano. Questa diversità di sguardi è un pilastro fondamentale del progetto, che si sviluppa in fasi successive in cui ogni curatore contribuisce con competenze e focalizzazioni diverse.
“Who Goes Hunting Does Not Cough”: tra performance e contaminazioni
La prima uscita pubblica di Another Story è stata “Who Goes Hunting Does Not Cough”, curata da Kisito Assangni e presentata l’11 settembre 2023 a Helsinki. Il titolo richiama un proverbio che invita alla discrezione, a sottolineare la cura e l’attenzione con cui è stata pensata questa selezione di media art.
Il programma ha potuto contare su archivi finlandesi importanti come AV ARKKI, Mediataideverkkosto, l’archivio del Museo HAM e la collezione Saastamoinen Foundation, oltre a archivi privati di artisti coinvolti. Questo ha permesso un processo di circolazione internazionale delle opere: alcune sono già destinate a musei negli Stati Uniti, in Svezia e nel Regno Unito. Un chiaro esempio di come un’iniziativa locale possa aprirsi a reti globali.
Tra gli artisti presenti ci sono nomi di rilievo internazionale come William Kentridge, Shirin Neshat, Cao Fei e Yto Barrada, insieme a creativi emergenti e locali. Questa pluralità rafforza l’idea di Another Story come spazio di dialoghi interculturali e incontri artistici, fondamentali per rinnovare la narrazione della media art.
La rete diplomatica e culturale dietro Another Story
Il sostegno di diverse ambasciate e istituti culturali in Finlandia mette in luce la natura internazionale del progetto. Il coinvolgimento di enti italiani, tunisini, francesi e finlandesi segnala un interesse condiviso per un’arte che supera confini geografici e culturali.
Per Oddo, questa apertura è essenziale per ripensare la cultura digitale. Nonostante viviamo in un’epoca dominata dalla tecnologia, non esiste una sola cultura globale. Le differenze regionali restano vive e importanti, e il confronto tra archivi e comunità artistiche può far emergere nuove storie. La media art, grazie al suo legame stretto con la tecnologia, diventa un ponte tra mondi diversi, favorendo scambi che la diplomazia culturale oggi sostiene e valorizza.
Il futuro della media art: pluralità e scoperta continua
Another Story si estenderà fino al 2028, con l’obiettivo di mettere a confronto metodi, esperienze e risultati. Oddo spera che il progetto lasci un’impronta duratura, in Finlandia e oltre. Più che risposte certe, vuole seminare dubbi importanti: far capire che ci sono ancora archivi nascosti, artisti poco conosciuti, storie da raccontare.
È un invito alla ricerca attiva, fatta di curiosità e impegno, che si contrappone alla passività del consumo digitale superficiale. Solo scavando a fondo, aprendo nuove strade e mettendo in contatto archivi diversi si può scoprire che la storia dell’arte contemporanea è molto più complessa e sfaccettata di quanto spesso si pensi. La media art, con i suoi pixel che si sgranano e cambiano in continuazione, diventa così la metafora perfetta di un’identità fluida e in costante trasformazione.
