Il 18 settembre, nei sotterranei della Fondazione Merz a Torino, il silenzio è stato rotto da un’installazione insolita: una “camera ardente per Internet”. Riccardo Benassi, artista cremonese classe 1982, ha trasformato lo spazio in un altare dedicato al futuro incerto della rete. Ma cosa significa davvero piangere Internet? È davvero morta, o stiamo solo salutando un sogno tecnologico che si sta dissolvendo? Intorno, il rumore lontano di vecchie fabbriche sembrava intonare un gospel ripetitivo, quasi un’eco che accompagnava la riflessione su un’entità invisibile, ma fondamentale per il nostro tempo.
Riccardo Benassi, artista che si muove tra media art, teoria e performance, ha ricevuto da Xing l’incarico di realizzare questo lavoro nell’ambito del progetto FESTA, che vuole ripensare il concetto di festa in modo originale. Benassi ha scelto di offrire una rappresentazione della “morte” di Internet lontana dai modi convenzionali di celebrare un evento. Invece del classico funerale, la sua installazione è una sorta di sala di veglia: uno spazio in cui sostare, osservare, riflettere. La “camera ardente” evoca un rispetto silenzioso, ma anche la difficoltà di afferrare con chiarezza cosa stiamo guardando. Parliamo davvero di Internet come rete tecnica, o di quel primo immaginario – libero, decentralizzato, aperto – che ha cominciato a cambiare le nostre vite? I “Tecnosistemix”, altorilievi interattivi, rappresentano le infrastrutture delle telecomunicazioni, elementi spesso invisibili ma fondamentali per la rete. In questo contesto, l’arte si intreccia con una riflessione profonda sulle trasformazioni tecnologiche e sociali vissute dall’artista.
Il progetto FESTA, promosso da Xing sotto la guida di Silvia Fanti e Daniele Gasparinetti, si distingue per una proposta piuttosto inedita: non celebrare qualcosa di già esistente, ma chiedere agli artisti di immaginare una festa nuova, una ricorrenza mai avvenuta. “Si può commissionare una festa?”, si chiedono gli organizzatori, consapevoli del paradosso. Le feste di solito nascono dal basso, come risposta spontanea a bisogni di celebrazione o memoria. Qui invece si parte al contrario: si sceglie un artista e poi si chiede di creare un’occasione collettiva. Nel caso di Benassi, l’attenzione non è sul divertimento immediato, ma su un rituale sospeso, capace di stimolare la riflessione senza imporre interpretazioni. Il lavoro è multidisciplinare, un intreccio di biografia, teoria e installazione ambientale per sondare la complessità di Internet come fenomeno culturale e tecnologico.
Un punto chiave di FESTA è il ruolo del pubblico. Gli eventi si svolgono in spazi aperti, dove chi partecipa può decidere come comportarsi, se restare o andarsene, se mangiare o bere – movimenti di solito vietati in musei o teatri. L’idea è lasciare spazio a una socialità più libera e spontanea, pur dentro un progetto preciso. Naturalmente, la libertà non è totale. Dietro ogni evento c’è una drammaturgia, una regia che guida l’esperienza senza però soffocarla. La sfida è trovare un equilibrio tra struttura e autonomia, tra regole e invenzione. Grande attenzione è riservata al coinvolgimento fisico del corpo, che diventa parte integrante dell’opera. Si cerca così di superare la tradizionale divisione tra spettatore e attore, aprendo uno spazio di partecipazione autentica, anche se entro limiti stabiliti.
La domanda che attraversa tutta l’installazione di Benassi è questa: cos’è davvero quella “salma” che chiamiamo Internet? Il semplice apparato tecnico? La promessa di connessione illimitata e condivisione che sembrava una rivoluzione? O qualcosa di più sfuggente, una tensione sospesa tra ciò che Internet era e ciò che sta diventando? Questo cortocircuito senza risposte nette rende l’opera tanto potente. Ci viene mostrato qualcosa da vegliare, ma resta irrisolto. Questa ambiguità apre uno spazio di riflessione sulle contraddizioni tecnologiche e sociali della nostra epoca. Nel 2026, interrogarsi su Internet è più urgente che mai, in un momento in cui la rete si è trasformata da luogo di speranza radicale a sistema complesso di potere, sorveglianza e mercificazione. L’installazione non è solo un ricordo, ma un invito a ripensare il nostro rapporto con le tecnologie che ci circondano.
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