Bartolo Cattafi non è un nome che spicca nelle antologie scolastiche, eppure la sua poesia parla con una voce chiara, capace di attraversare i tumulti del Novecento. Nato nel 1922 a Barcellona Pozzo di Gotto, muore a Milano nel 1979. La sua vita sembra un racconto denso: un’infanzia segnata dalla morte precoce del padre, incontri con futuristi e intellettuali, e un amore forte, quasi ossessivo, per la letteratura straniera e italiana. Le sue poesie emergono dal caos della Seconda Guerra Mondiale, si formano lentamente, fra viaggi, esperienze da giornalista e lunghe pause dedicate alla pittura e al disegno. Un silenzio che, alla fine, si trasforma in parola.
Cattafi cresce in una famiglia borghese di Barcellona Pozzo di Gotto. Suo padre, Bartolomeo, medico, muore quattro mesi prima della sua nascita, lasciando la madre, Matilde Ortoleva, sola a crescere il bambino. Questo vuoto segna profondamente la sua crescita, ma è lo zio Enrico Barresi a giocare un ruolo decisivo nell’adolescenza. È lui a introdurlo nel mondo artistico locale, conducendolo nella casa di Guglielmo Jannelli, pittore futurista frequentato da grandi come Giacomo Balla e Fortunato Depero. Quegli incontri, carichi di fermento culturale, aprono al giovane nuovi orizzonti che avrebbero nutrito la sua poesia.
Negli anni del liceo, Cattafi studia ma la vera scuola è la biblioteca. Legge con passione Melville, Conrad, Faulkner, Hemingway, e si forma anche attraverso autori italiani come Zavattini e Pavese. Nel 1940 si iscrive a Giurisprudenza a Messina, ma l’interesse per le leggi è marginale: preferisce dedicarsi ai libri e ai suoi autori. La guerra interrompe questo percorso di ricerca, chiamandolo alle armi e portandolo al fronte, esperienza che segnerà profondamente il suo modo di scrivere.
Nel 1943, mentre è in servizio militare a Forlì, Cattafi attraversa una crisi nervosa dovuta alle dure condizioni e alle rigide regole. Viene rimandato in Sicilia, dove nasce in lui il bisogno di scrivere poesie. Ricorderà quegli esordi come “un turbine di sensazioni forti, immerse nel fragore delle bombe e nel rombo degli aerei.” Le sue poesie riflettono quella realtà fatta di contrasti: la morte che diventa parte del paesaggio, insieme alla bellezza della natura e all’orrore della guerra.
Immagini di un falco che si getta sulla preda o di una lucertola che scivola tra i sentieri diventano potenti metafore della condizione umana in quei giorni. La poesia diventa per Cattafi un rifugio, un modo per dare forma a paure e desideri che altrimenti non trovavano parola. Questa esperienza segnerà tutta la sua produzione.
Dopo la guerra, nel 1947, Cattafi si trasferisce a Milano, che diventerà la sua casa dal 1956. Lavora per un periodo nella pubblicità, con aziende come Motta e Pirelli, ma nulla riesce a spegnere il suo bisogno di scrivere e frequentare la scena culturale. Incontra scrittori come Sergio Solmi e Vittorio Sereni, che lo sostengono nel suo percorso. Negli anni Cinquanta pubblica le prime poesie su riviste letterarie come Pagine Nuove.
Nel 1952, grazie a Sereni, esce la sua prima raccolta, Nel centro della mano, per Meridiana. Dopo viaggi in Europa e Africa, nel 1955 pubblica Partenza da Greenwich, un libro che allarga il suo sguardo poetico. Nel frattempo si dedica anche al giornalismo, collaborando con testate come L’Ora di Palermo e varie riviste.
Nel 1958 arriva Le mosche del meriggio per Mondadori, raccolta che riunisce le poesie del dopoguerra e gli vale il Premio Cittadella. Nel 1964 pubblica L’osso, l’anima, considerato da molti il suo capolavoro, frutto di una poesia matura e riflessiva.
Nonostante i riconoscimenti, negli anni Sessanta Cattafi si prende una lunga pausa dalla poesia. La vendita di alcuni terreni in Sicilia gli permette di vivere senza pubblicare. Per quasi un decennio si dedica alla pittura e alla fotografia, esplorando altre forme d’arte con la stessa intensità.
Il ritorno alla poesia arriva nel 1971, dopo il trasferimento con la moglie Ada de Alessandri in una casa colonica vicino a Barcellona Pozzo di Gotto. Una notte di marzo, si sveglia all’improvviso e comincia a scrivere senza sosta. In dieci mesi dà vita a circa quattrocento poesie, un’esplosione di creatività accumulata negli anni di silenzio.
Questa fase intensa dura fino alla fine degli anni Settanta, quando gli viene diagnosticato un tumore ai polmoni. Negli ultimi anni la sua poesia resta un’indagine profonda della realtà, capace di unire rarefazione e concretezza, come nota Diego Conticello.
Le recenti ristampe e studi riportano alla luce uno dei protagonisti più riservati e originali della poesia italiana del Novecento, offrendo a lettori e critici nuove vie per riscoprire la forza di una voce unica.
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