Quando la polizia si spacca e le ossessioni prendono il sopravvento, il Belgio mostra un volto oscuro, inquietante. “Maldoror” racconta la discesa di Paul Chartier, un giovane gendarme consumato dalla sua stessa ricerca della verità. Non è il solito noir: qui il tormento personale si intreccia con un sistema che vacilla, con drammi che si consumano dietro le quinte. Ispirato al caso del mostro di Marcinelle, il film di Fabrice Du Welz, presentato a Venezia 2024, si muove tra generi e atmosfere cupe, accompagnato da una colonna sonora che spazia dall’Italia al Belgio, amplificando quel senso di inquietudine che avvolge ogni scena.
“Maldoror” sceglie una strada diversa per raccontare una storia già nota. Al centro c’è Paul Chartier, giovane gendarme belga, non solo un poliziotto, ma un uomo consumato dall’ossessione per la sparizione di alcune bambine. Non una cronaca fedele, ma una rilettura che mette in primo piano la parte umana e psicologica del protagonista. All’inizio, Chartier sembra quasi spensierato: è felice, innamorato, appena sposato con una donna di origine siciliana. La scena del matrimonio è tra le più calde e intense del film: balli tradizionali, musiche italiane, una famiglia unita che accoglie Chartier come uno di casa.
Ma l’atmosfera cambia presto. Con il progredire delle indagini, Paul si perde in un tunnel oscuro. Ricorre a metodi discutibili per incastrare il sospettato principale. Il confine tra giustizia e ossessione si assottiglia sempre più, mettendo a rischio non solo l’inchiesta, ma anche la sua carriera. Anthony Bajon, nel ruolo di Chartier, attraversa questa trasformazione con alti e bassi. Nei momenti più forti regala scene intense, in altri appare meno coinvolto, con qualche sbavatura. Ma proprio queste sfumature rendono il personaggio credibile, umano, segnato da una spirale difficile da controllare.
Uno dei punti forti di “Maldoror” è il racconto delle tensioni interne alle forze dell’ordine belghe di fine anni Novanta. Il film non risparmia critiche: gendarmeria e polizia sono divise, spesso più impegnate in lotte di potere e immobilismo che a lavorare sul campo. Emergono omertà, lentezze, mancanza di coordinamento, fattori che pesano sull’efficacia delle indagini e sulle vite coinvolte.
Paul Chartier si presenta come un “testa calda”, emarginato perché troppo determinato a cambiare le cose a modo suo. È disposto a infrangere le regole, ma vuole davvero che la giustizia vinca. Questo scontro con colleghi più cinici e rassegnati arricchisce la trama e mostra un sistema incapace di affrontare i propri drammi.
Nonostante la durata di circa due ore e mezza, qualche sequenza rallenta il ritmo e appesantisce il racconto. Però la curiosità cresce man mano che Chartier si avvicina alla verità, svelando dettagli inquietanti e mantenendo viva una tensione costante tra il desiderio di giustizia e la realtà corrotta.
L’ambientazione è un protagonista a sé. La maggior parte del film si svolge in una campagna belga sporca e fangosa, che trasmette un senso di abbandono e decadenza. Le case viste sullo schermo rispecchiano questo stato di degrado.
Una delle scene più potenti è quando Chartier entra nella casa del presunto pedofilo. L’ambiente domestico è descritto con cura: una moglie sfatta e rassegnata, un bambino che piange, un adolescente con uno sguardo sfrontato e indifferente. Ogni dettaglio alimenta un senso di inquietudine che si fa sentire sullo spettatore.
La musica gioca un ruolo chiave. Brani italiani, francesi e belgi si alternano con attenzione, accompagnando ogni fase della storia. La colonna sonora originale sottolinea ansie e disperazioni, mettendo in luce il conflitto interiore di Chartier. Questa cura per il suono aiuta a immergersi completamente nel dramma e nel contesto del film.
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“Maldoror” prova a raccontare una storia vera con uno sguardo nuovo e toni diversi, senza nascondere le ombre più scure di una vicenda fatta di ingiustizie e tormenti. Non è un film perfetto, ma offre una visione complessa e sfaccettata, capace di catturare chi ama il thriller e il dramma.
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