«Cambiare le leggi è diventato un gioco da ragazzi, ma prevenire resta un miraggio». Enrico Galiano, insegnante e scrittore, non usa mezzi termini. Nel mezzo del dibattito sull’imputabilità dei minorenni, la sua riflessione fa eco forte nelle scuole e negli uffici dove si decidono le politiche sociali. Il Parlamento corre ad inasprire le pene per i giovani che sbagliano, ma senza investire davvero nel recupero, si rischia solo di alimentare un circolo vizioso di nuove trasgressioni. In Italia, spesso, la paura e la fretta politica dettano l’agenda, mentre la prevenzione – quella vera, quella silenziosa – resta indietro, quasi invisibile.
Quando si parla di giustizia minorile, la rapidità con cui si cambiano norme o si approvano nuove leggi salta all’occhio. Negli ultimi mesi, il Parlamento ha varato provvedimenti discutendoli in tempi strettissimi, spesso per rispondere a episodi di cronaca che fanno rumore. Ma questo sprint legislativo non trova riscontro nei programmi di prevenzione sociale, educativa o psicologica rivolti ai giovani. Da un lato c’è una risposta normativa veloce e reattiva, dall’altro manca un investimento duraturo nelle misure sul territorio, che sono sempre più lente e complicate da attivare.
Il risultato è un sistema a due velocità: il codice penale diventa lo strumento principale per fare pressione, mentre alla prevenzione si dedica troppo poco. La repressione produce effetti immediati e visibili: arresti, processi, condanne che mandano un segnale forte all’opinione pubblica. Peccato che questa strategia funzioni solo nel breve periodo, senza toccare i fattori sociali ed educativi che portano alla devianza minorile.
La strada della prevenzione per i giovani è piena di ostacoli. Interventi a scuola, coinvolgimento delle famiglie, programmi di sostegno sociale e psicologico richiedono tempo, soldi e una rete coordinata di enti. Spesso mancano risorse o questi progetti restano frammentati. Così diventano casi isolati, senza mai diventare la norma, e soprattutto mancano quei punti di riferimento stabili che possono davvero cambiare il destino di ragazzi a rischio.
In più, la prevenzione non dà risultati subito: è un investimento i cui frutti si vedono dopo anni e in modo meno appariscente di una condanna. Per questo la politica preferisce puntare sulle pene severe, che portano consensi facili. Galiano sottolinea come questa scelta sia guidata dalla paura e dalla logica elettorale: è più semplice proporre punizioni dure che impegnarsi in un lavoro lento e meno visibile. Ma così si rischia di alimentare un circolo vizioso: si punisce senza recuperare e si finisce per punire di nuovo gli stessi ragazzi.
La punizione da sola non basta a spezzare il percorso che porta alla marginalità o alla devianza. I ragazzi condannati senza un vero sostegno, senza un percorso di reinserimento sociale o educativo, spesso restano intrappolati nella recidiva. Il sistema giudiziario minorile mostra un limite chiaro: pena più dura o minore responsabilità non garantiscono riabilitazione.
Questo problema diventa ancora più evidente se si pensa che l’adolescenza è un momento delicato. Un errore o un comportamento deviato spesso nascono da fattori ambientali, familiari o sociali che si possono affrontare con interventi mirati. Ma la fretta con cui si abbassa l’età di imputabilità o si inaspriscono le pene rischia di ignorare questa complessità. Galiano mette al centro proprio l’importanza della prevenzione: investire nel recupero significa non solo aiutare il ragazzo, ma anche proteggere la società tutta.
Rivedere seriamente gli investimenti in prevenzione non è solo una questione educativa, ma una scelta fondamentale per tutta la comunità. Le esperienze di scuole, comunità e associazioni che lavorano in contesti difficili dimostrano che dedicare attenzione ai giovani, attraverso ascolto, mentoring, sport e cultura, può davvero ridurre la devianza minorile.
Serve un lavoro di squadra tra scuole, servizi sociali, enti locali e famiglie per creare ambienti che sostengano i ragazzi e li guidino verso scelte di vita positive. È un lavoro paziente, che richiede tempo, risorse e una politica che non si limiti a punire, ma promuova l’inclusione. Galiano ricorda che la prevenzione non porta consensi immediati e per questo non entusiasma la politica, ma è un investimento prezioso per il futuro.
Questa riflessione mette in discussione l’idea che il codice penale debba essere lo strumento principale e più rapido contro la devianza giovanile. Serve una visione più ampia, che sappia coniugare giustizia e responsabilità educativa. Solo così le leggi potranno diventare parte di un sistema che trasforma la punizione in un’opportunità di cambiamento.
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