L’Arazzo di Bayeux, lungo quasi 70 metri, è arrivato al British Museum di Londra. Racconta la battaglia di Hastings del 1066 con dettagli che sembrano vivi, ricamati secoli fa. I biglietti per la mostra, che apre il 10 settembre 2026, sono spariti in poche ore. Nessun semplice evento artistico: è un incontro di storia, arte e diplomazia. Dietro le quinte, però, c’è una figura fuori dal comune: Igor Tulchinsky, miliardario con radici israeliane, che ha reso possibile tutto questo. La sua presenza ha acceso discussioni ben oltre il mondo dell’arte.
Igor Tulchinsky è un imprenditore nato nel 1966 in Bielorussia, ma trasferitosi negli Stati Uniti da giovane. La sua fortuna nasce dalla gestione di WorldQuant, un fondo speculativo fondato nel 2007 come spin-off di Millennium, noto per l’uso di algoritmi sofisticati per prevedere i mercati finanziari. WorldQuant gestisce oggi un patrimonio vicino ai 10 miliardi di dollari, mentre il patrimonio personale di Tulchinsky si aggira intorno a due miliardi di euro. Con queste risorse, sostiene anche iniziative accademiche come la WorldQuant University e promuove gli scacchi attraverso tornei internazionali.
Di recente, Tulchinsky ha donato circa 5 milioni di euro al British Museum, permettendo così il prestito e il trasporto dell’arazzo in Inghilterra. In un’intervista a Spear’s Magazine ha ammesso di non conoscereva bene la storia dell’opera prima di questa iniziativa, ma ha deciso di supportarla senza esitazioni, riconoscendone l’importanza culturale. Il suo contributo ha coperto spese cruciali, come la logistica, la sicurezza e le norme per il trasporto di un bene tanto fragile quanto prezioso.
Il sostegno di Tulchinsky alla mostra non è privo di implicazioni politiche. Il miliardario è infatti noto per i suoi legami con il governo israeliano e varie associazioni pro-Israele. Nel 2023 ha finanziato un viaggio a Washington per le famiglie degli ostaggi israeliani, facilitando incontri con membri del Congresso e iniziative di lobbying. Nel frattempo, il British Museum si è trovato al centro di polemiche simili: a febbraio 2026, un’associazione pro-Israele, UK Lawyers for Israel , ha ottenuto la rimozione della parola “Palestina” dai pannelli informativi permanenti del museo, provocando forti reazioni di protesta.
Il Palestinian Forum in Britain ha definito questa scelta “un atto di cancellazione storica”, denunciando un conflitto con i doveri etici e professionali di un’istituzione culturale pubblica. Se da un lato il finanziamento privato apre le porte a grandi progetti culturali, dall’altro solleva dubbi sulle possibili pressioni politiche dietro tali contributi. Sullo sfondo si muove una vicenda delicata, dove storia, arte e attualità geopolitica si intrecciano, dimostrando come musei e collezioni possano diventare terreno di scontro più ampio.
L’Arazzo di Bayeux, capolavoro senza pari, si trova così al centro di un confronto che va oltre il patrimonio storico, mettendo in luce tensioni e interessi del presente. L’esposizione al British Museum si carica così di significati molteplici: non solo per la bellezza dell’opera, ma per il contesto complesso che la accompagna.
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