Quel 4 marzo 2020 al Maxxi di Bologna si respirava un’aria strana, densa di attesa e inquietudine. Era l’ultimo giorno prima che il lockdown inchiodasse l’Italia, eppure Flavio Favelli stava lì, pronto a presentare un libro d’artista dedicato proprio a quella città, con cui ha un legame complesso. Bologna, teatro di lotte politiche, ferite antiche e memorie condivise, diventava così il cuore pulsante di un racconto visivo e narrativo. Le sale del museo erano quasi deserte, il pubblico sparuto e distanziato, salutato con un rapido tocco di gomito invece di un abbraccio. Quel momento sospeso, surreale, segnava l’inizio di un’epoca nuova, di un trauma collettivo che si intrecciava con i temi cari a Favelli: potere, memoria, storia. Le sue opere non sono mai solo immagini o parole, ma racconti vivi che scavano dentro il presente, restituendo alla memoria un ruolo da protagonista.
Favelli, tra ricordi personali e storia collettiva
Nato a Firenze nel 1967, Flavio Favelli ha costruito la sua carriera mescolando la sua storia personale con quella del paese. Il suo legame con il mondo militare è emblematico: da ragazzo era affascinato dalla divisa e dai simboli di forza e ordine che rappresentava, ma questa passione conviveva con sentimenti contrastanti, spesso molto intensi. Racconta, per esempio, la paura provata davanti alla tomba di Mussolini a Predappio, un momento di disagio profondo. Questo rapporto ambivalente con l’immaginario militare si riflette anche nel cappellino rigido e trapezoidale che porta sempre, ispirato a un berretto trovato in un tendone militare. Nei suoi libri affiorano pezzi di autobiografia: la figura del nonno militare, le esperienze nei conflitti balcanici, che diventano sfondo per una riflessione più ampia sulle contraddizioni della memoria e del potere.
“Gli Angeli degli Eroi”: memoria e impegno civile
L’opera “Gli Angeli degli Eroi” nasce da un gesto semplice ma potente: un cartello scritto a mano, visto da Favelli durante un funerale militare. La frase “gli angeli degli eroi ti sorridono…” ha fatto scattare in lui l’idea di un progetto che fosse insieme arte e impegno civile. Il libro e il murale che ne derivano rendono omaggio ai militari italiani caduti nelle missioni di pace, spesso dimenticati o fraintesi nella narrazione pubblica. Il murale è un “contro-monumento”: rompe con i tradizionali codici celebrativi per offrire un modo diverso di commemorare. È pensato per spazi quotidiani e spesso trascurati, come tunnel o sottopassi, dove il passaggio si trasforma in occasione di riflessione e memoria condivisa. I colori scelti, sbiaditi e sottili, sottolineano la fragilità umana della memoria, lontana dalla retorica ufficiale.
Dal Maxxi al Quirinale: un’opera tra istituzioni e malintesi
Nel 2015 il murale viene esposto al Maxxi di Roma e, su proposta della direttrice Anna Mattirolo, trasferito in piazza del Quirinale. La Giornata delle Forze Armate lo trasforma in un monumento celebrato in diretta tv, con la presenza del Presidente della Repubblica e delle alte cariche militari. Per Favelli, però, questa evoluzione è fonte di sorpresa e ambivalenza: l’opera nasce come maquette di un contro-monumento, non come una classica celebrazione statuaria. Nel libro e nelle parole di Cecilia Canziani, curatrice della postfazione, si mette in luce il disallineamento tra l’intento dell’artista e l’uso istituzionale del progetto. Favelli ribadisce che la sua opera non vuole celebrare, ma stimolare pensieri critici. Dopo quell’evento pubblico, il progetto è finito nel limbo, bloccato da lunghe attese burocratiche che hanno rallentato la realizzazione del monumento originale.
Tra opposizioni politiche e culturali
Il viaggio dell’opera fuori dalle gallerie si è scontrato con forti resistenze. L’idea di realizzare il murale in uno spazio pubblico, come il sottopasso di via Ernesto Maserati a Bologna, è stata bocciata dalla commissione comunale per l’arte pubblica, composta da critici e amministratori. Le obiezioni sono state tante, sia sul piano culturale che politico. Da una parte, la sinistra teme che il racconto della memoria militare possa essere usato strumentalmente dalla destra; dall’altra, la destra fatica a vedere l’opera come una critica e non come una celebrazione. Alcuni cattolici di sinistra hanno inoltre criticato la scelta di onorare i militari anziché altre categorie, come medici o volontari. Questi scontri mostrano quanto la memoria pubblica e l’arte siano intrecciate con le tensioni politiche di oggi, soprattutto quando si parla di guerra e pace nel nostro paese.
Memoria, guerra e arte: una riflessione necessaria
Favelli si muove attorno a un tema centrale: la guerra, che molti credevano chiusa, torna a pesare sulla vita di tutti i giorni, dagli scenari internazionali al tessuto sociale interno. “Gli Angeli degli Eroi” non è un monumento classico, né vuole celebrare la guerra o i militari, ma è un’opera che mette in moto immagini e pensieri capaci di mettere in discussione le versioni ufficiali. La sua arte, libera da legami politici, invita a guardare con occhi critici il potere e le sue rappresentazioni. Murale, scrittura e installazioni di Favelli diventano così strumenti di memoria e di interrogazione civile, capaci di accendere dibattiti sui temi più delicati della storia italiana recente e di come questa si riflette nel presente. Sullo sfondo restano le contraddizioni di un paese che fatica a trovare un equilibrio tra memoria storica, identità e politica, sfide raccontate con forza dal percorso artistico di Favelli.
