Christopher Nolan ha scelto L’Odissea come tela per dipingere la sua versione del mito, e il risultato scuote. Non stiamo parlando di un revival scontato o di un’operazione nostalgia. Da tremila anni, il viaggio di Ulisse ci parla, cambia forma ad ogni racconto, ma Nolan lo fa risuonare come mai prima. Il cinema lascia i corridoi vuoti dei centri commerciali per immergerci in un racconto antico, rivisitato con sguardo moderno, capace di trasformare un classico in un’esperienza viva, urgente. L’Odissea non è più solo un mito: diventa una lente per guardare il presente.
Nolan non si limita a raccontare l’Odissea così com’è, né si appoggia a una versione “originale” da rispettare alla lettera. Del resto, il poema di Omero è nato nella tradizione orale, sempre in movimento, sempre soggetto a cambiamenti. Il regista si prende libertà creative: Ulisse non è solo l’eroe astuto di sempre, Omero può diventare un rapper nero, le donne della storia si moltiplicano e si reinventano, e l’epopea si arricchisce di versioni alternative.
Richard P. Martin, docente a Stanford, dice che ogni generazione ha la sua Odissea, fatta di traduzioni e riscritture visive. “Non c’è un testo ‘giusto’ unico, ma tante chiavi di lettura.” Nolan si inserisce in questa tradizione, anzi, ne è un esempio attuale. Non sentirsi prigionieri del testo permette di aprire nuove strade interpretative.
Raccontare L’Odissea a modo proprio non è una novità per il cinema. Kubrick ha usato il mito come metafora del viaggio umano in molti suoi film, Godard ha inserito riferimenti diretti nel suo Il disprezzo, ambientando una rivisitazione americana del poema. Fritz Lang ha fatto di Polifemo un simbolo potente che unisce mito e cinema.
In Italia, L’Odissea ha avuto molte vite: dal film di Franco Rossi e Mario Bava negli anni Cinquanta con Kirk Douglas, fino alle letture teatrali e poetiche del Novecento, dove attori come Giuseppe Ungaretti davano nuova forza al testo antico. Questa varietà mostra quanto il mito sia flessibile: può essere raccontato in modo fedele o rivoluzionato.
Tra gli attori del film spicca John Leguizamo, che interpreta Eumeo, il fedele custode di Itaca. Leguizamo ha una marcia in più: è l’unico del cast ad aver letto Omero in greco antico e ha una laurea in lettere classiche. Questa conoscenza si sente nella sua interpretazione, che appare più autentica e radicata nel mito.
Per il resto del cast e per Nolan, invece, non è chiaro quanto abbiano approfondito il testo originale. Probabilmente il film si basa più su vecchi adattamenti, come quelli di Camerini o Rossi, che su una lettura diretta dell’Odissea. Nolan è noto per le sue trame complesse, ma qui si muove soprattutto nel campo della sua personale visione del mito, senza essere schiavo del testo.
Un ruolo chiave lo gioca la fotografia di Hoyte van Hoytema, che ha già lavorato con Nolan in Dunkirk e Oppenheimer. Grazie a lui, il film prende vita sul grande schermo, soprattutto nel formato IMAX, con immagini che lasciano il segno.
In L’Odissea, Hoytema crea atmosfere intense, giocando con luci e colori per sottolineare la tensione emotiva. Il mare non è il solito Mediterraneo dai toni caldi, ma un ambiente freddo, quasi nordico. La scena nell’Ade, girata in Islanda, amplifica la distanza di Ulisse dal mondo dei vivi e dalla Grecia classica. La fotografia diventa così parte integrante del racconto, amplificando l’ambiguità e la complessità della storia.
Una scelta forte di Nolan è quella di allontanarsi dall’immagine tradizionale del Mediterraneo, con i suoi blu brillanti e caldi. Qui il mare è grigio, opaco, severo, quasi nordico.
L’Ade è ambientato in Islanda, un luogo che trasmette isolamento e distanza emotiva dal mondo umano. Questo mare “freddo” riflette la lettura più cupa e intima del regista, che punta al trauma e alla sopravvivenza più che all’avventura. La colonna sonora di Ludwig Göransson accompagna questa atmosfera, suggellando una rilettura radicale del mito.
Questa scelta non è solo estetica: cambia il senso stesso del viaggio di Ulisse, che diventa un’odissea interiore e psicologica, più che un’epopea geografica.
Il film di Nolan si inserisce in quel filone di cinema che trasforma storie antiche in opere personali. Come diceva Fellini parlando dell’Odissea di Camerini, un film può essere “d’autore” anche se prodotto da grandi nomi, perché porta l’impronta degli autori coinvolti. Nolan non fa pasticci: il suo è un lavoro consapevole, che usa la libertà creativa per raccontare una storia intensa e moderna.
Il confronto con le letture tradizionali resta vivo. Molti spettatori sentono la distanza tra il film e il senso originale dell’Odissea. Ma proprio questo apre nuovi modi di leggere e riscoprire il testo antico.
L’aggiornamento è così forte da farci chiedere quali letture abbiano ispirato Nolan. Ci sono tracce di Dante, con il Canto XXVI dell’Inferno dedicato a Ulisse, e della cultura classica italiana, anche se l’approccio del regista sembra più libero.
Nolan, insomma, non si limita a fare cinema. Riaccende il dibattito su come mito e racconto moderno possono convivere, un tema che continuerà a far parlare nel 2024.
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