Quando una fiera d’arte si interroga sul proprio ruolo, non si limita a contare stand o incassare vendite. Artissima 2026 parte da qui, da una domanda che pesa: come può andare oltre il mero scambio commerciale? Luigi Fassi, il direttore, la definisce “acrobatica”. Un aggettivo che non suona a caso. Significa muoversi con agilità, rischiare, mantenere un equilibrio fragile tra ricerca culturale e mercato. La trentatreesima edizione, in programma a Torino, si presenta con un titolo emblematico: “Fancy: A Flexible, Acrobatic Body”. L’immagine dell’acrobata – elegante, sì, ma anche precaria e coraggiosa – racconta molto di ciò che una fiera deve saper essere oggi: un luogo dove si intrecciano rischio e responsabilità, in bilico tra presente e futuro.
Il difficile equilibrio tra cultura e mercato
Artissima si è sempre presentata come qualcosa di più di una semplice fiera dove si comprano e vendono opere. Vuole essere una piattaforma di ricerca, innovazione e sostegno all’arte contemporanea. Nel dialogo con musei, fondazioni, curatori e collezionisti, cerca di costruire relazioni che vadano oltre la mera transazione economica. Il rischio, però, è quello di diventare una versione più elegante del mercato, senza riuscire a innescare davvero una tensione culturale o un dibattito critico. La vera differenza sta nel mantenere viva la ricerca e il confronto, senza svuotare questi concetti fino a farli diventare un semplice logo da esibire. Artissima si muove tutto l’anno con uno scouting attento, osservando da vicino gallerie e artisti che poi diventeranno protagonisti della fiera. È un modo per restare un punto di riferimento dinamico e aggiornato nel panorama artistico, rinnovando sempre la proposta.
Luigi Fassi: tra mercato, curatela e impegno sociale
Per Luigi Fassi, la vera acrobazia di una fiera come Artissima è sostenere un dialogo complesso tra gallerie, collezionisti, musei, istituzioni culturali e anche figure della diplomazia artistica. Il mercato cambia in fretta, perciò il valore aggiunto deve venire da un discorso culturale che segua quella spinta umanistica evocata da Martha C. Nussbaum con il termine “fancy”: l’immaginazione che apre nuovi spazi e possibilità. Fassi sottolinea che le istituzioni dovrebbero abbracciare queste idee per aumentare la loro efficacia sociale. Questo impegno non riguarda solo Artissima, ma l’intero ecosistema culturale di Torino e dell’Italia, con l’obiettivo di lasciare un segno più forte e significativo sul pubblico e sulle comunità coinvolte.
Curatela senza slogan: la sfida di Artissima
Definire Artissima “la fiera italiana più curatoriale e sperimentale” è un bel riconoscimento, ma comporta anche una sfida: evitare che questa identità diventi solo una frase fatta, un elemento di marketing. Fassi spiega che si riesce a evitare questo grazie a un lavoro continuo di ricerca e selezione. La fiera apre spazio a nuove gallerie, amplia gli orizzonti geografici degli artisti e rafforza i legami con istituzioni ed enti esteri. Così si mantiene viva la tensione culturale e si impedisce che la manifestazione diventi un evento ripetitivo e prevedibile. Artissima resta un laboratorio dove sperimentazione e confronto sono al centro, senza cedere alla tentazione di trasformarsi in una semplice vetrina commerciale.
No alla standardizzazione: la strada di Artissima
Dopo cinque anni di direzione, Luigi Fassi afferma con chiarezza che Artissima rifiuta di diventare una fiera generalista. La sua missione è essere un punto di riferimento per l’arte contemporanea più nuova, emergente e innovativa. Vuole anticipare i tempi, aiutando collezionisti e istituzioni a scoprire artisti e progetti prima che diventino noti a tutti. E non può perdere il legame stretto con il mondo della curatela, che è un segno importante del suo percorso. Se il mondo istituzionale dovesse allontanarsi, sarebbe un campanello d’allarme che indica una deriva verso modelli sbagliati. Artissima si vede come un crocevia indispensabile per curatori e mecenati, dimostrando che innovazione e solidità culturale possono andare di pari passo.
Un modello “sartoriale” tra identità e collezionismo
Il rapporto di Artissima con le gallerie si basa su un approccio “sartoriale”: non si guarda solo all’opera, ma soprattutto all’identità e alla soggettività degli artisti. Questa è la sua cifra distintiva rispetto a molte altre fiere che puntano più sul volume delle vendite e sullo spettacolo. La cura dedicata alla crescita degli artisti si riflette nel dialogo costante con collezionisti appassionati e istituzioni culturali. Nel tempo, altre fiere hanno provato a copiare questo modello, ma Artissima resta un organismo vivente, capace di coniugare valore economico e accompagnamento culturale. Questo equilibrio è fondamentale per resistere ai modelli fieristici globali che puntano alla massa e alla standardizzazione.
Artissima, una responsabilità culturale concreta
Artissima misura la sua responsabilità culturale sul campo, attraverso acquisizioni pubbliche e collaborazioni con istituzioni locali importanti come il Castello di Rivoli e la GAM. La Fondazione Arte CRT, che per il 2026 conferma un contributo annuale di 300mila euro, sostiene l’acquisto di opere che arricchiscono il patrimonio pubblico di Torino, dando valore alla cultura della città e del Paese. Questo flusso di opere si inserisce nella storia artistica della città e coinvolge direttamente la comunità. La fiera diventa così un punto di riferimento attivo, capace di rispondere alle esigenze dei musei e di stimolare il pubblico e i professionisti del settore. Gestire questa responsabilità significa portare avanti un progetto culturale complesso, che si muove tra mercato, identità, ricerca e rappresentanza sociale dell’arte. Secondo questa visione, le fiere d’arte devono evolvere e trasformarsi in istituzioni culturali, portatrici di visioni e pratiche che servano davvero alla società.
