Non sono mai stato un tipo normale, confessa Michele Mari, fresco vincitore del Premio Strega 2026. Dietro l’immagine dello scrittore distante e riservato, emerge un uomo che non teme di raccontare le proprie fragilità. Le polemiche con Teresa Ciabatti, nate da quella frase infelice sul “van per Bisceglie”, hanno acceso i riflettori su di lui, ma Mari preferisce parlare d’altro. Ricorda una giovinezza incerta, segnata da una certa goffaggine e da un senso di estraneità che, forse, hanno acceso la scintilla creativa che ancora oggi lo guida.
Mari ha parlato senza filtri della sua adolescenza, un periodo in cui si sentiva fuori posto, quasi un “brutto anatroccolo”. Quella sensazione di essere un po’ goffo e diverso, comune a molti ragazzi, non lo ha però abbattuto. Al contrario, è diventata una spinta a scrivere, a trovare nella scrittura un rifugio dove esprimere liberamente emozioni e fantasia, senza paura di giudizi.
Quell’esperienza è stata decisiva per la sua formazione artistica. La difficoltà vissuta da giovane si è trasformata in carburante per raccontare storie autentiche, profonde. È un percorso che tanti artisti conoscono bene: la sofferenza e il disagio diventano materia prima per creare.
Dopo lo scontro mediatico con Teresa Ciabatti sul “van per Bisceglie”, Mari ha voluto chiarire la sua posizione sull’arte e il ruolo pubblico degli artisti. Ha escluso qualsiasi intento sessista nelle sue parole e ha ribadito il diritto degli artisti a decidere se prendere posizione o restare neutrali. Secondo lui, l’artista può parlare, ma non è obbligato a schierarsi politicamente o socialmente.
Questa visione mette al centro la libertà creativa: l’arte può essere un manifesto politico o un momento di silenzio, senza che ciò ne diminuisca il valore. Imbrigliare l’arte in un obbligo di schieramento significherebbe ridurla a semplice megafono di ideologie, perdendo così la sua ricchezza e complessità. Mari invita a riflettere sul confine tra espressione artistica e impegno pubblico, un tema oggi più che mai attuale.
Mari ha voluto fare chiarezza anche sul legame tra la sua vita e i suoi libri. Parlando di “I convitati di pietra”, ha ammesso che quel libro lo rappresenta meno rispetto ad altre opere o al suo carattere. Un distacco netto, che sottolinea come l’autore e il suo scritto non siano la stessa cosa.
Per Mari, scrivere può significare tante cose: a volte raccontare se stessi, altre inventare mondi lontani. Questo scarto tra chi scrive e ciò che scrive è una sfida per chi legge e giudica: spesso si cerca di leggere l’opera come un riflesso della vita dell’autore, ma non sempre è così. Mantenere questa distinzione è per lui fondamentale, per non perdere la libertà di creare e per evitare fraintendimenti.
La vittoria al Premio Strega ha segnato una tappa importante per Mari, confermandolo come una voce originale e forte della letteratura italiana contemporanea. Arriva in un momento in cui si discute molto sul ruolo degli scrittori nella società, tra influenza e responsabilità.
Nei giorni dopo la premiazione, Mari ha mostrato una riflessione matura sul confine tra successo e libertà creativa. La sua esperienza con la fama e le recenti polemiche dimostrano che gestire la popolarità richiede equilibrio e consapevolezza. Per lui, questo premio non è solo un riconoscimento, ma anche un’occasione per ribadire i valori legati all’arte e alla libertà di espressione.
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