Quando cala il sole su Roma, le strade si tingono di ombre che non avevamo notato prima, e la realtà si piega, si sfuma. È in questo spazio sospeso che si muove “Dopo le sei di sera. Derive del realismo magico”, la mostra alla Francesca Antonini Arte Contemporanea. Non è un omaggio al passato, ma uno sguardo fresco sul modo in cui il quotidiano può trasformarsi, nascondere qualcosa di più profondo, sfuggente. La galleria si fa teatro di queste metamorfosi, dove l’ordinario diventa inquietante, intimo, quasi magico.
Gaia Bobò, curatrice della mostra, mette da parte le vecchie definizioni legate a Franz Roh e ai pittori italiani degli anni Venti come Donghi e Casorati. Al centro c’è l’idea di “derive”, deviazioni, esplorazioni laterali lungo territori dove la realtà non si mostra mai del tutto, ma si lascia intuire, filtrata da atmosfere personali e sottili. Cinque artisti, ognuno con un percorso diverso, si muovono in questo spazio, intrecciando pittura e installazioni. Il titolo “dopo le sei di sera” richiama un’immagine già usata dalla galleria negli anni Sessanta, diventata simbolo di quel momento in cui gli spazi perdono la loro funzione abituale e lasciano spazio a percezioni più elusive, a contorni meno netti.
L’allestimento non segue un percorso rigido, ma crea un dialogo fatto di vibrazioni e connessioni sottili. Le strutture quasi evanescenti di Alessia Armeni dialogano con le figure di Luca Rubegni; Anne Buckwalter e Dario Carratta abitano invece spazi interiori carichi di tensione silenziosa. Le stanze sembrano parlare fra loro senza sovrapporsi, dove il silenzio e il vuoto diventano parte viva dell’opera.
Particolarmente interessante è la presenza di Ruoxi Jin, artista cinese e la più giovane della collettiva. Jin lavora sull’incanto degli oggetti, creando accostamenti apparentemente casuali che però aprono a rivelazioni visive. Nella galleria, due finestre incastonate nelle nicchie architettoniche offrono scorci su mondi indefiniti, sfuggenti, quasi sospesi nel tempo. Non c’è una storia da raccontare, nessuna spiegazione chiara: tutto rimane avvolto da un velo di mistero che stimola la curiosità dello spettatore.
Questo trattenere le immagini nel loro alone di mistero è uno dei punti chiave della mostra. Non si cerca di spiegare quello che si vede, ma di lasciare emergere quel senso di “mistero dietro le cose” che si coglie solo in modo indiretto, nel riverbero e nella percezione. Jin sembra voler fissare nello spazio quella sottile linea che separa l’apparenza dall’ignoto, facendo percepire la tensione di questo confine.
Il realismo magico che attraversa questa mostra non è tanto un’etichetta stilistica, quanto un modo di guardare il mondo. Un invito a rallentare, a cogliere dettagli che normalmente sfuggono a uno sguardo veloce. In un’epoca di immagini immediate e sovrabbondanti, questa pratica propone una pausa, uno sguardo più attento, capace di scovare ciò che si nasconde nelle pieghe di una realtà che diventa insieme più viva e più irreale.
Non è un ritorno al passato, ma una rilettura filtrata da sensibilità moderne, dove la realtà si trasforma in un alone sottile che invita a osservare con occhi nuovi. La mostra, aperta a Roma fino al 24 luglio, offre così un’occasione per riflettere su come l’arte possa dialogare con il quotidiano e le sue sfumature invisibili, senza cadere in cliché o citazioni datate.
Cinque artisti, linguaggi diversi, un unico filo che lega la rappresentazione realistica a un senso di alterazione e magia appena percettibile. Un invito a esplorare spazi mentali dalla chiarezza incerta, momenti sospesi che rimangono impressi nella memoria.
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