Aveva appena vent’anni, Carlo Ginzburg, quando in una biblioteca silenziosa della Scuola Normale di Pisa prese una decisione che avrebbe segnato per sempre il suo percorso. Non gli interessava raccontare la storia dei vincitori, né quella degli inquisitori. Scelse un tema scomodo: i processi per stregoneria, ma dal lato delle vittime, dei perseguitati. Una scelta rara, quasi rivoluzionaria, che lo avrebbe portato a diventare uno dei più grandi storici italiani del Novecento. È morto a 87 anni, lasciando dietro di sé la voce di chi, spesso, la storia l’ha subita in silenzio.
Quel momento a Pisa non è solo un ricordo da studente, ma la chiave per capire il suo modo di lavorare. Ginzburg ha deciso di guardare dall’altra parte, quella dei perseguitati, e questo ha rivoluzionato la storiografia. Ha spostato l’attenzione dal potere ai suoi oppressi. Con pazienza, ha scavato nei processi inquisitori, osservando i dettagli più piccoli, le testimonianze meno appariscenti, per ricostruire le esperienze di chi subiva ingiustizie. Questo approccio ha aperto la strada a tanti altri studiosi, cambiando il modo di raccontare la storia.
Il suo interesse per la stregoneria rientra in un quadro più ampio: gli studi sulle società europee viste attraverso le credenze popolari e le dinamiche di esclusione. Dietro le accuse di superstizione, Ginzburg ha mostrato conflitti sociali, tensioni religiose e manovre di controllo politico. Il suo rigore non ha mai tolto umanità a chi era considerato “altro”, ma anzi ne ha restituito la complessità.
Nel suo ultimo libro, uscito poco prima della sua morte, Ginzburg ha scritto parole che pesano come pietre: «Il paese a cui apparteniamo non è, come dice la retorica, quello che si ama, ma quello di cui ci si vergogna, o di cui ci si può vergognare». Questa frase riassume bene il suo modo di vedere la storia nazionale. Tra racconti di gloria e identità, lui preferiva mostrare le ombre, le responsabilità nascoste, le ferite mai rimarginate.
Spesso ha smontato il nazionalismo celebrativo e il racconto ufficiale, invitando a guardare il passato con occhi sinceri e senza illusioni. Per lui, fare pace con la propria storia significa accettarne le contraddizioni e il dolore, non cancellarli. Il suo pensiero resta una sfida per chi si occupa di cultura, memoria e identità.
Con la morte di Carlo Ginzburg, il mondo della storia perde una voce insostituibile. Ha aiutato a ridefinire i confini della ricerca, dando valore a fonti spesso ignorate: diari, verbali, storie popolari che aprono finestre su epoche complicate.
Il suo lavoro non ha influenzato solo l’Italia, ma ha avuto eco in tutto il mondo, ispirando studi su culture tribali, religioni popolari e persecuzioni di ogni tipo. Ginzburg ha dimostrato che la storia non è fatta solo da grandi eventi e protagonisti, ma anche da chi è rimasto ai margini. Questa eredità spinge ancora oggi verso nuovi modi di raccontare il passato, con approcci interdisciplinari e sperimentazioni.
La sua attenzione per le vittime delle persecuzioni e la capacità di analizzare ideologie e pratiche oppressive con uno sguardo umano e critico sono il suo lascito più prezioso. Senza enfasi e senza fronzoli, ha restituito dignità alle vite dimenticate.
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