Tra il fruscio delle foglie a East Hampton e il sole di Venice Beach, Christina Schlesinger si apre con parole che pesano come pietre ma scorrono leggere. “È stato durante quei dieci anni che ho costruito la mia vita,” ripete con calma, quasi a fissare un momento preciso nel tempo. Accanto a lei, in quella stanza punteggiata di ricordi, c’è Nancy Fried, compagna e scultrice, un’ombra solida che accompagna il racconto. Non è solo una storia d’arte, quella di Christina: è un percorso segnato da battaglie femministe, da una ricerca incessante di libertà e da un dialogo costante con lo spazio pubblico. Quegli anni in California non sono stati una semplice parentesi, ma la cesura netta che l’ha portata lontano dalla sua East Coast, verso un’identità tutta nuova.
Christina Schlesinger nasce in una famiglia di grande spessore culturale: suo padre, Arthur Schlesinger Jr., è uno storico di primo piano e consigliere di John F. Kennedy. Cresce immersa nell’ambiente elitario della East Coast, ma quel mondo non basta a contenere la sua voglia di libertà. Quando, all’inizio degli anni Settanta, sceglie di trasferirsi in California, non si tratta solo di un cambio di scenario, ma di una rottura netta con le aspettative che le erano state imposte. In un’epoca in cui fare coming out come lesbica significava rischiare tutto, Christina decide di prendere le distanze per conquistare la propria autonomia. La California, con il suo clima aperto e la scena artistica in fermento, le offre lo spazio per costruire un’identità nuova, lontano dal peso del nome del padre e dalle pressioni familiari.
Quegli anni segnano una trasformazione profonda: non è solo un cambio geografico, ma un cambio di vita. A Venice Beach, tra amicizie sincere e un ambiente creativo, Christina incontra l’arte femminista che la spinge a ridefinire chi è e cosa vuole comunicare. Vivere apertamente come lesbica in quel contesto ha un impatto forte sul suo lavoro e sulle sue scelte, intrecciandosi con una battaglia più ampia per la visibilità delle donne e delle minoranze sessuali.
L’esperienza con Womanhouse e il Feminist Art Program del CalArts segna per Christina un punto di svolta. Qui incontra figure chiave come Arlene Raven, Miriam Schapiro e Faith Wilding. Womanhouse, progetto collettivo che mette a fuoco il ruolo della donna nella società attraverso installazioni e performance, apre a nuove possibilità: un’arte che non è solo bella da vedere, ma che vuole far pensare e cambiare le cose. Per Christina è l’inizio di una riflessione profonda sul potere dell’arte come strumento di trasformazione.
In parallelo, l’incontro con Judy Baca, pioniera dei murales a Los Angeles, la spinge verso l’arte pubblica. Dipingere i muri della città diventa un modo per far parlare l’arte con la comunità, un impegno che unisce femminismo e visibilità queer. La decisione di lasciare il CalArts per dedicarsi ai murales e, più avanti, alla fondazione di SPARC è una scelta netta. Qui Christina fonde l’esperienza accademica con l’impegno sul campo, dando voce a temi spesso ignorati.
Negli anni Settanta, Venice Beach non è solo un luogo sulla mappa: è un rifugio per chi cerca libertà. Qui Christina trova un ambiente dove chi è stato messo da parte può esprimersi senza filtri, lontano dai giudizi delle grandi città e dal controllo dei media. In un’epoca senza social network o cellulari, si crea uno spazio raro, fatto di privacy e anonimato. La zona attrae artisti, persone della comunità LGBTQ+ e chiunque si senta fuori posto altrove. Questa miscela dà vita a un fermento culturale e sociale che ha alimentato la creatività e la crescita personale di molti, compresa Christina.
La rete di amicizie che nasce a Venice Beach unisce giovani in cerca di una nuova identità, provenienti da Stati come Wisconsin, Michigan e Pennsylvania. Insieme sfidano le regole sociali e sperimentano nuovi modi di vivere. Per Christina, quel contesto è la base per costruire una vita autentica. La sua arte riflette quel clima di ribellione e desiderio di libertà, lanciando un messaggio chiaro: rompere con le convenzioni per scoprire se stessi.
I lavori più famosi di Christina, la serie Tomboys e i Dildo Paintings, sono espressioni forti di questa rivoluzione personale e artistica. I dipinti dei Tomboys nascono in un periodo in cui parole come “queer” erano ancora sconosciute e parlare di sessualità femminile era difficile e spesso carico di pregiudizi. Quei quadri mostrano persone che sfidano gli stereotipi di genere, che cercano un posto nel mondo senza compromessi. La forza sta nell’essere diretti, senza mezzi termini.
I Dildo Paintings, realizzati all’inizio degli anni Novanta, proseguono su questa linea. Quando furono presentati per la prima volta, molti rimasero scioccati, e trovare spazi per esporli non fu facile. Col tempo, però, la società è cambiata e queste opere hanno guadagnato il riconoscimento che meritavano, dimostrando quanto l’arte femminista spesso debba attendere per essere capita. I Dildo Paintings sfidano la tradizione che ha sempre raccontato la sessualità femminile attraverso gli occhi maschili. La prospettiva lesbica di Christina capovolge il gioco, portando la sessualità femminile al centro con ironia e forza.
Un dettaglio curioso e significativo nell’arte di Schlesinger è la presenza delle betulle, alberi che per lei richiamano i corpi femminili. Quel legame tra natura e identità emerge chiaro: dipingere all’aperto diventa un modo per estendere il pensiero femminista alla natura stessa. Le betulle non sono solo alberi, ma personaggi con una loro forza, quasi ritratti mascherati. Questa scelta racconta la ricerca di un legame profondo tra corpo e ambiente.
In questi quadri la natura si carica di significati politici e culturali. Le betulle diventano simboli della complessità e della forza dell’esperienza femminile. Christina costruisce così un ponte tra vita privata e attivismo, tra arte e impegno. La sua pittura diventa una storia intensa, capace di trasformare idee complesse in immagini che colpiscono e fanno riflettere.
Oggi, guardando i giovani artisti, Christina vede un mondo diverso da quello che ha conosciuto. Il senso di libertà e di possibilità che ha segnato il suo cammino sembra meno forte. Lei ha vissuto un periodo di grande ottimismo, in cui la conquista di diritti sembrava inarrestabile. Poi sono arrivati gli ostacoli, le battute d’arresto, e la realtà si è fatta più complicata, con tensioni sociali più profonde.
Tra i momenti più importanti della sua carriera c’è anche l’appartenenza originale alle Guerrilla Girls, il gruppo di attiviste che ha denunciato il sessismo nel mondo dell’arte. Christina scelse il nome d’arte Romaine Brooks, in omaggio a una pittrice lesbica espressionista, un simbolo di indipendenza e ribellione. Le sue opere, da Lesbian Bars a Tomboys e Dildo Paintings, mantengono un filo rosso: identità sessuale, libertà, visibilità e attivismo.
Per Christina Schlesinger, arte e impegno non sono mai stati separati. La sua pittura non è mai stata solo un esercizio estetico, ma un modo per esprimere idee profonde e provare a cambiare la società. La sua storia è un tassello fondamentale per capire come l’arte femminista e queer americana si è evoluta negli ultimi cinquant’anni.
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