«L’arte non sta mai ferma», dice Vincenzo Schillaci, e a Palermo si percepisce questa verità in ogni sua parola. La sua voce, calma ma decisa, racconta un percorso fatto di strati sovrapposti, cancellature e ricostruzioni. Non è un racconto ordinato, ma piuttosto un intreccio di riflessioni, pause e ripartenze. Schillaci vive l’arte come un dialogo continuo con la materia, un movimento incessante che rifiuta forme rigide. Dal filo di una telefonata registrata per Artribune Podcast, emerge un artista che mette in discussione le definizioni stesse del suo lavoro, trasformando ogni gesto in un atto di ricerca e di libertà.
Palermitano, classe 1984, Vincenzo Schillaci ha le sue radici ben piantate in Sicilia, ma senza restarne prigioniero. La sua storia è segnata da un continuo equilibrio tra un forte legame culturale e il desiderio di movimento, un flusso che si riflette nella sua pittura e nelle sue sculture. La Sicilia, con il suo paesaggio denso di memorie stratificate, è il punto di partenza, ma il suo lavoro mira a superare ogni confine, sia geografico sia artistico. Negli ultimi anni, Schillaci si è affermato con mostre personali e collaborazioni di rilievo, tra cui la Fondazione La Rocca, dove ha presentato cicli di opere incentrate sul concetto di trasformazione come elemento universale.
Qui non mostra solo grandi tele, ma anche lavori su carta e sculture in bronzo. Questa scelta mette in luce il suo interesse per un’arte che va oltre la pittura tradizionale, aprendo un dialogo con materiali e tecniche diverse, in una pratica che non si ferma mai. Dal 2021 porta avanti una serie di opere ispirate alla nozione aristotelica di phantasma, intesa non come semplice illusione, ma come strumento per esplorare la nascita, la scomparsa e la persistenza dell’immagine pittorica.
La conversazione telefonica con Schillaci svela il cuore del suo lavoro: per lui la pittura non è mai un oggetto finito, statico o definitivo. È piuttosto un processo che si muove continuamente, fatto di accumuli, stratificazioni, sovrapposizioni, ma anche di cancellature e dissoluzioni. Ogni opera nasce da un equilibrio precario, dove l’immagine sembra fissarsi solo per un attimo prima che la materia cambi ancora forma.
In questo continuo movimento si nasconde un’idea di resistenza, ma non quella di un’immagine rigida o imposta. È invece la forza che tiene vive le tracce del cambiamento stesso. La pittura diventa così la sintesi di un divenire, una memoria fatta di materia che sfida l’idea tradizionale di immobilità. Il gesto dell’artista non si limita alla creazione, ma si fonde con la materia, in un confronto teso che dà vita a forme sempre nuove.
Schillaci non si limita a usare i materiali tradizionali: esplora l’effetto di sostanze meno convenzionali, giocando con il loro potenziale di trasformazione. Il colore, per lui, non è solo decorazione, ma un elemento che oscilla tra attrazione e repulsione, che si lega al supporto e lo modifica.
Negli ultimi anni ha inserito nel suo lavoro materiali come il rame elettrodepositato e il bronzo, con cui blocca e rende tangibili stati diversi dell’immagine. Questi elementi prendono forma in serie come “Resistenza a un’idea” e “Resistenza di un’idea”, dove pittura e scultura si intrecciano. Tra i pezzi più significativi c’è “Fare un quadro”, un bronzo nato da un modello poi distrutto. L’oggetto finale conserva la traccia del gesto originale, trasformando la pittura in qualcosa di materiale e duraturo.
Questo passaggio dal gesto effimero alla forma concreta rappresenta una perdita, ma anche una conservazione. L’opera diventa così un archivio di cambiamenti, la prova tangibile di un processo creativo che non si ferma mai.
Schillaci invita a vedere l’opera come un sistema aperto, dove quello che si mostra è solo una tappa di un ciclo infinito. In questa visione, il confine tra gesto, materia e forma è sfumato, più una linea incerta che una barriera netta. La pittura convive con l’oggetto, la superficie si fa tridimensionale, la traccia si trasforma in corpo.
Questa fluidità non è solo un fatto tecnico o estetico, ma il cuore della sua pratica artistica. Il suo lavoro dialoga con la cultura mediterranea, con il pensiero filosofico e con la materia fisica, portando chi guarda in una dimensione dove tutto è trasformazione. Nel 2024, il percorso di Schillaci continua a scrivere nuove regole, sfidando aspettative e mettendo al centro il valore del cambiamento continuo nell’arte contemporanea.
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