
A Venezia, sotto le volte antiche delle Gallerie dell’Accademia, si apre una sfida rara per chi ama l’arte. Marina Abramović trasforma lo spazio in un’esperienza che coinvolge corpo e mente, più che gli occhi. Da maggio a fine settembre 2026, non si tratta di scorrere distratti davanti a quadri o installazioni. Qui si rallenta, ci si ferma, si respira. Si lascia che ogni senso si risvegli, si apre uno spazio di presenza intensa, quasi sospesa. Non è una semplice mostra: è un invito a vivere l’arte in modo nuovo, a mettersi alla prova.
Un viaggio che cambia il ruolo del visitatore
Appena varcata la soglia delle Gallerie, lo spettatore si ritrova in uno spazio pensato lontano dagli schemi tradizionali. La mostra di Abramović si sviluppa in stanze dove cristalli, ciocche di capelli e altri materiali non sono solo dettagli decorativi, ma veri e propri veicoli di energia e atmosfera. Qui non si cammina distrattamente: ogni ambiente chiede di essere vissuto con attenzione, creando un legame quasi intimo tra corpo, oggetti e tempo.
Questo percorso lento spinge a mettere da parte il giudizio immediato. Il visitatore diventa protagonista attivo, chiamato a sostare, a mantenere uno sguardo attento e consapevole, lontano dalla fretta e dalla superficialità. Il tempo si allunga, i gesti si fanno più misurati, e il corpo si trasforma nel luogo dove può nascere un cambiamento profondo.
È un’esperienza intensa, quasi tangibile, ma attraversata da un sottile dubbio: questa energia che si percepisce è già una trasformazione o solo il primo passo verso qualcosa che potrebbe accadere? Abramović, che da anni esplora il confine tra il fisico e il metafisico, parla dell’energia come di un passaggio reale. Ma allo stesso tempo, durante la conferenza stampa, lascia aperto uno spazio di riflessione che invita il pubblico a farsi domande.
Energia concreta o simbolo? Il peso dei materiali
Nel dialogo con la stampa, Abramović ha spiegato che l’energia al centro della mostra non è una semplice metafora, ma un’energia reale che i materiali — soprattutto i cristalli — portano con sé e che possono influenzare la percezione e il corpo del visitatore. Una posizione chiara, che sposta la discussione oltre l’interpretazione estetica o intellettuale dell’opera.
Il curatore Shai Baitel ha rafforzato questo punto di vista, sottolineando che l’esperienza non è solo una sfida sensoriale o un gioco di significati, ma una forza attiva in grado di produrre effetti concreti, percepibili da chi attraversa il percorso.
Da qui nasce una domanda cruciale: se la trasformazione dipende davvero da questa energia “vera”, allora chi visita la mostra non è più un semplice spettatore, ma diventa il luogo dove quell’energia deve trovare riscontro. Questo cambia tutto: l’incontro con l’opera non è più un gioco aperto, ma richiede una sorta di adesione, una condivisione implicita di un’idea precisa.
Eppure, nell’esperienza concreta, c’è qualcosa di più sfumato. Nei silenzi profondi delle stanze, nel contatto con i materiali, nel rallentare del tempo, non c’è nessun diktat interpretativo. L’intensità che si prova resta aperta, senza definizioni fisse, pronta a diverse letture. Non è mai una certezza di trasformazione già avvenuta, ma un invito a una disponibilità che, forse, può portare a un cambiamento.
Tra presenza e fede: il pubblico messo alla prova
Il pubblico diventa così il vero protagonista. Abramović crea una tensione sottile ma decisiva: da un lato lascia libero spazio all’esperienza sensoriale, dall’altro suggerisce con forza che quella trasformazione energetica è reale e si manifesta proprio nel percorso.
Questa ambiguità apre un terreno di riflessione dove arte, presenza e credenza si intrecciano. Il visitatore deve decidere cosa riconoscere, dove tracciare la linea tra ciò che si sente e ciò in cui si crede. Non è più solo un esercizio di sensibilità, ma un confronto con un territorio incerto, dove energia e trasformazione si sfiorano senza fondersi automaticamente.
Ed è proprio in questa incertezza che sta la forza del lavoro di Abramović, che continua a far discutere e a scuotere. Chi visita viene coinvolto senza filtri, invitato a confrontarsi con un’esperienza che intreccia energia, tempo e presenza, rompendo la distanza che di solito separa spettatore e opera.
“Transforming Energy” alle Gallerie dell’Accademia di Venezia è dunque più di una mostra: è uno spazio dove arte e vita si mescolano, spingendo oltre i confini della visita tradizionale. Per tutta l’estate 2026, Venezia sarà teatro di questo delicato confronto tra energia, percezione e potenziale trasformativo.
