Nel cuore di Conegliano, dove le strade raccontano storie antiche, una mostra riaccende la memoria di Renato Varese. Nato qui nel 1926 e scomparso solo pochi mesi fa, l’artista ha attraversato il Novecento con un linguaggio visivo unico: gotico, ironico, capace di sfidare la realtà stessa. A Palazzo Sarcinelli, tredici sue opere originali brillano in una sala che celebra anche Liliana, sua compagna di vita e arte. Questa retrospettiva, un viaggio lungo quasi un secolo, invita a scoprire un patrimonio creativo che non smette di sorprendere, aperta fino al 7 giugno 2026.
Nonostante la sua fama internazionale, Varese non ha mai perso il legame con Conegliano, la città che lo ha visto nascere. Ha esordito a soli ventitré anni e da allora non si è più fermato, con esposizioni in Europa e negli Stati Uniti, come la Rassegna Internazionale d’Arte Contemporanea di Parigi e l’International Art Expo di New York. Ma è proprio nel Veneto che affondano le radici della sua arte. Il ciclo “Le Venezie” ne è un esempio: un archivio pittorico dai toni scuri, dominato da gialli intensi e sfumature di grigio, che mostra palazzi e case da una prospettiva fuori dal tempo. Non è un paesaggio realistico, ma una visione sospesa e quasi onirica. Varese era un cosmopolita, capace di assorbire le correnti europee del primo Novecento e rielaborarle con il suo stile unico.
Per celebrare il centenario, gli eredi di Varese hanno donato tredici opere – tra dipinti e incisioni – alle Collezioni Comunali di Conegliano. Sono esposte nella Sala L.R. Varese, intitolata a lui e a sua moglie Liliana, all’interno di Palazzo Sarcinelli. Tra i pezzi di spicco c’è il grande “Beati gli ultimi” del 1997: una processione in un paesaggio di grigi rocciosi, con figure cariche di simboli. Al centro, un vescovo a cavallo con un pastorale che somiglia a un ombrello guida un corteo dominato da una morte quasi beffarda, che fa oscillare un arlecchino di carta. Un’immagine forte, che unisce critica sociale e simbolismo in una narrazione densa e allegorica.
La mostra raccoglie quasi cinquanta opere che raccontano la versatilità di Varese, dalla pittura alla grafica. Il suo stile è spesso definito “gotico” per le atmosfere cupe e medievaleggianti che pervadono molti dipinti. Le sue figure – vescovi, giudici, guerrieri, maghi, arlecchini e animali – si alternano in vere e proprie scene teatrali. Questa mescolanza crea un insieme di immagini cariche di tensione e ironia sottile. Le processioni rappresentano frammenti di società, con un forte senso di malessere esistenziale e incertezza. Varese non risparmia critiche alle istituzioni, sia civili che religiose, mettendone in luce fragilità e contraddizioni con uno sguardo spesso beffardo, ma anche moralmente impegnato.
Il punto di forza di Varese sta nell’ironia tagliente che attraversa la sua arte. Non si limita a rappresentare, ma vuole scuotere e far riflettere. Le sue immagini sono spigolose, mettono in discussione principi sociali dati per scontati. Spesso si concentra sul rapporto tra potere e individuo, con riferimenti alla Chiesa, ai giudici o all’arlecchino, figura ambigua tra giullare e burattino. Questi personaggi incarnano le contraddizioni umane, mescolando serio e grottesco, sacro e profano. L’arte di Varese diventa così un modo per mettere a nudo le falsità della realtà, quell’inganno quotidiano che nasconde la verità dietro una maschera.
Critici e studiosi hanno sottolineato come la forza di Varese stia nel rappresentare la frattura tra ideale e concreto. Seguendo idee di filosofi come Herbert Marcuse, si può vedere la sua arte come una realtà “irreale”: una finzione che però trasmette verità più profonde rispetto alla vita di tutti i giorni. L’allegoria è fondamentale per decifrare le sue immagini, che spesso sfidano la narrazione tradizionale. Un esempio è il vescovo seminudo che cavalca al contrario un toro, simbolo della Chiesa nelle sue ambiguità e debolezze. Questo rovesciamento spinge lo spettatore a guardare con più attenzione e a interrogarsi su ciò che è reale e ciò che è illusione nelle relazioni sociali e spirituali.
Per Varese, la pittura nasce dall’incontro imprescindibile tra mestiere e pensiero, un mix che dà senso all’arte. Le sue figure spesso trasmettono un senso di sconfitta: cavalieri disillusi, con armature incrinate, simbolo di uomini spezzati da conflitti senza fine. Il suo stile richiama l’espressionismo, con deformazioni di corpi e volumi, vicino alla crudezza di Egon Schiele o alla severità del cubismo. Ma non riduce mai l’essere umano a schemi freddi. La sua pittura è un equilibrio tra emozione controllata e passione intellettuale. Ne è un esempio la “Deposizione” del 1986, dove Cristo è un automa disarticolato, sorretto da un personaggio con un braccio insolitamente lungo. Un’immagine tormentata che evita la commozione facile e invita a una riflessione profonda e critica.
La mostra a Palazzo Sarcinelli ci immerge così in un mondo artistico complesso, dove tecnica, simbolismo e tensione sociale si intrecciano. Un’occasione per scoprire uno dei maestri ancora capace di provocare dibattiti e suggestioni intense.
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